The Laughing Mask | Recensione film

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thelaughingmaskposter.jpgThe Laughing Mask (USA – 2014) è il titolo del film slasher che segna l'esordio alla regia di Michael Aguiar, qui anche in veste di sceneggiatore e di produttore esecutivo. Come in molti film del genere, anche in quest'opera cinematografica indipendente, il serial killer indossa una maschera caratterizzandosi per diversi aspetti. Muto, elegante (camicia e cravatta) e con il viso coperto da una maschera ghignante, lo psicopatico di Aguiar si macchia di atroci delitti in virtù di quella che lui crede essere la vera giustizia.

L'eleganza e la sua particolare risata, così come anche la musica vintage anni '30 e'50 che accompagna costantemente le sue azioni sadiche e teatrali, caratterizzano questo personaggio rendendolo un The-Laughing-Mask2piacevole villain carismatico e dal fascino retrò. Con "It's A Sin To Tell A Lie" (1936) cantata da Ruth Etting, il killer mascherato di The Laughing Mask dà sfogo alla sua fantasia regalando al pubblico performance di gran classe (rimangono impressi un paio di omicidi: la vittima con i giocattoli nel ventre e quello del quadro dipinto con schizzi di sangue).

È questo il serial killer che tormenta Jake (John Hardy), uno scrittore che non riesce a superare la morte della moglie Jaycee (Inge Uys), avvenuta per mano dell'assassino. Anche la figlia dell’uomo è stata rapita e per questo Jake, desideroso di vendetta, inizia a collaborare con la polizia. Il detective Kate O’Malley (Sheyenne Rivers) condurrà le indagini per rintracciare il responsabile dal volto mascherato.

the-laughing-maskIl film di Michael Aguiar funziona fino ad un certo punto. The Laughing Mask è contaminato dal genere giallo e a dimostrarlo sono le lunghe ed estenuanti sequenze relative alle indagini che però portano alla noia, smorzando l'interesse nello spettatore. Estrapolando dunque le parti interessanti della storia e che sono quelle relative alla parte slasher, ciò che rimane è un contorno (relativo al filone giallo) che diventa superfluo perché non integrato o ben incastrato con il genere portante. Il risultato è dunque un fallito mix di generi.

Simpatico ma non necessario, tra l'altro, l'omaggio a Tusk nella sala-museo, tana dell'omicida, sequenza dove non passano inosservati il buon uso delle luci e della fotografia. Per quanto riguarda la recitazione invece, spicca sicuramente quella del protagonista John Hardy.

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