Dopo un lungo periodo di chiusura, il Wyoming State Penitentiary viene riaperto per far fronte al problema del sovraffollamento delle carceri. Il Consiglio di Stato decide di riaffidarne la direzione al precedente direttore, coinvolto nella poco chiara esecuzione del detenuto Charles Forsythe, accusato ingiustamente di aver aggredito e ucciso un compagno di cella. Nel carcere vengono spediti circa 300 detenuti e tra loro uno assomiglia in modo particolare a Forsythe. Il direttore Sharpe decide di usare le maniere dure per mantenere la disciplina e controllare la situazione, caricando i prigionieri di svariati lavori. Dopo la riapertura della “sala delle esecuzioni”, voluta dal direttore stesso,cominciano, però, a verificarsi strani fatti e i detenuti a sparire, mentre qualcosa si aggira libera nel penitenziario…..
Tra i vari Horror ambientati nelle prigioni questo, insieme a “chi è entrato nella mia casa”(meglio noto come “SlaugtherHouse rock”), è sicuramente uno dei titoli più originali e interessanti degli anni 80 (attualmente, invece, una certa menzione la meriterebbe “Malefigue”). E’ stato diretto da Renny Harlin in una delle sue prime prove (sicuramente poi una delle meglio riuscite, soprattutto,alla luce dei suoi ultimi discutibili lavori e flop). Irwin Yablans ha scritto una storia coinvolgente che fa partire la pellicola come un normale e incisivo film carcerario per poi sfociare nell’horror; i primi venti minuti, infatti, sono una semplice ma efficace descrizione della vita nel penitenziario, senza esagerazioni ma con qualche luogo comune (si ravvisano alcune situazioni viste e riviste come il confronto tra Mortensen e un altro detenuto per un giro di scommesse, oppure il classico e mal riuscito tentativo di fuga di alcuni detenuti). Dopo la riapertura della camera delle esecuzioni (la scena in questione non è malvagia, ma presenta qualche trucco “psichedelico” decisamente esagerato: l’idea dello spirito sotto forma di corrente non è male ma poteva essere resa in maniera più sobria e credibile; infine la luce azzurra che esce prepotentemente dalla sala se la potevano risparmiare, si vede lontano mille chilometri il riflettore spianato stile “batsegnale” che certo non regala brividi ne sensazionalismi), il film cambia notevolmente, virando verso l’horror, anche se il ritmo non aumenta molto. Si passa, in maniera forse un pò ingenua, ma comunque logica, ai vari “incidenti” mortali (anche qui si registra una evoluzione o per meglio dire un crescendo di efferatezze). Una considerevole mano alla riuscita della pellicola la offre il posto dove sono state effettuate le riprese: un carcere abbandonato, fatiscente e cupo; davvero il luogo in cui nessuno vorrebbe essere rinchiuso nemmeno per un minuto. Il top del “comfort” lo rappresentano le celle di isolamento (teatro di una delle prime “morti”), delle vere e proprie scatole di cemento e metallo, site in una sorta di “scantinato” buio e invaso dall’acqua. Un luogo che trasmette un certo senso di oppressione e angoscia. Le morti non sono numerose ma sono tutte originali e i trucchi usati destano interesse: su tutti quello del filo spinato (che ritroveremo “in maniera più ampia”, anche se realizzato in CGI al passo coi tempi, in film più recenti come “Silent Hill”). “Prison” annovera un cast di tutto rispetto con Viggo Mortensen (nella parte di Burke), Chelsea Field (nella parte della psichiatra) e Tom Everett (nella parte del direttore Sharpe). Inutile dire che i personaggi più interessanti e riusciti siano il primo e il terzo: il primo grazie alla prova interpretativa di Mortensen, il terzo grazie ad una buona sceneggiatura e a dei dialoghi azzeccati, che non lo rendono il “solito direttore” (l‘unica stonatura si riscontra nel contesto del dialogo con la psichiatra dalle tante idee umanitarie totalmente irrealizzabili). Uniche note dolenti, o forse deludenti, di questo lavoro sono: 1) il rito di invocazione dello spirito che si palesa proprio ridicolo; 2) il finale risulta troppo caotico e da l’idea di voler sorprendere a tutti i costi, pur non possedendone i requisiti (il film ha un ritmo abbastanza lento e in tre minuti non può succedere il finimondo più totale, con rivolte, apparizioni, fantasmi ecc..; troppa carne al fuoco e idee confuse; era necessario dosare gli eventi in modo più oculato, magari facendone anche una cernita e inserendo solo quelli più significativi o comunque adatti). In definitiva un film che può destare un certo interesse ma allo stesso tempo far rimanere delusi per le buone idee avute ma non adeguatamente sfruttate.
Recensione a cura di decker







