L’Ultimo Treno Della Notte | Recensione film

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ultimo-treno-della-notteIn occasione delle feste natalizie la giovane Lisa si appresta a lasciare la Germania, dove si trova per motivi di studio, per tornare a Verona a casa dai suoi genitori. Con lei c’è Margaret, sua coetanea ed amica, con cui ha condiviso il periodo trascorso all’estero. Le ragazze optano per il viaggio in treno, mentre a casa il padre di Lisa sta ultimando la sua giornata di medico per potersi dedicare con la moglie alla scelta del primo motorino da regalare alla figlia.
Nel frattempo il viaggio delle due giovani comincia rivelarsi scomodo. Costrette al posto in piedi, Lisa e Margaret incontrano due balordi senza biglietto in fuga dalla polizia. Dapprima li aiutano a sfuggire al controllore, poi visto lo strano sviluppo degli eventi – uno dei teppisti rivolge, corrispostissimo, attenzioni sessuali in toilette ad un’insospettabile signora d’alta borghesia – ne prendono le distanze. Ma i guai non finiscono qua: il treno ad un certo punto si ferma per un’ispezione speciale, si parla infatti della presenza di una bomba…senza perdersi d’animo, le ragazze ripiegano sul treno Innsbruck-Verona, soluzione alternativa per arrivare a destinazione un po’ di tempo prima. Non sono le sole a prendere quel treno, però: se ne accorgono quando sentono il suono dell’armonica a bocca di uno dei brutti ceffi…

Va subito detto, questo è un film a tinte forti. Non solo e non tanto per le scene di effettiva violenza mostrate e non risparmiate allo spettatore, quanto piuttosto per un contesto, una situazione, delle notazioni psicologiche che rendono la pellicola tutt’altro che trascurabile. Lado ha creato, col suo treno che parte per l’Italia, un microcosmo della società suddivisa per scompartimenti e attentamente spiata. Ciò che inquieta è che, da quel treno (quindi da quella/ questa società), trapela un senso di repressione, ipocrisia, brutalità repressa e pronta a travolgere i deboli occasionali per nutrirsene ed accrescere la propria forza. Quel treno è, secondo le intenzioni del suo stesso ideatore, un affresco di un potere fondato sulla violenza come forma di pensiero occulto ancor prima che d’azione. Ogni personaggio che prende quel treno è dunque un rappresentante attivo di questo regime, sia esso retore come l’opinionista cattolico, sia esso apparentemente strenuo rappresentante della roccaforte dei valori tradizionali, come l’algida donna in tailleur magnificamente interpretata da Macha Meril (‘Profondo Rosso’), intenta nel privato a collezionare foto pornografiche e a concedersi alla brutalità d’un amplesso occasionale con un balordo sconosciuto. E quest’ultimo, il balordo, cos’è se non l’esecutore materiale di questo regime violento, colui che, con la tacita connivenza dei ‘padroni’, può metterne in pratica senza vergogna l’attitudine sadica e perversa…un microcosmo, dicevamo. Un veicolo che reca l’insegna di un mondo urlante, di anni urlanti.
Ecco dunque che questo film presenta una duplice lettura. Lo si può vedere come l’esempio meglio riuscito del filone ‘rape&revenge’, stupro e vendetta, una pellicola visivamente estrema che gira e rigira il coltello nella piaga di un filone cinematografico che, pur vantando precedenti illustri (pensiamo al seminale ‘Cane di paglia’ con un un maiuscolo Dustin Hoffman, 1971) e prove strizzanti l’occhio all’estremo senza però rinunciare ad alleggerimenti di tono (lo storicamente importante ma stilisticamente goffo ‘L’ultima casa a sinistra’ di Wes Craven, 1972) mancava di una pellicola-manifesto in cui tutto fosse eccessivo, assoluto, ‘insopportabile’. Già, insopportabile come il ghigno animalesco di Flavio Bucci, come lo sguardo truce e idiota del suo compare Gianfranco De Grassi, come il comportamento vile e morboso del ‘guardone’ moralista Franco Fabrizi. Della Meril ho già detto, occorre invece completare il quadro del cast con Enrico Maria Salerno, padre di Lisa, incarnante un modello del borghese semplice e semplicista che alla cena di Natale si esprime con laconica saggezza sulla violenza giovanile.
La seconda lettura che merita d’esser data è invece più implicita e sfuggente: il film è, nella sua violenza pienamente consumata, una riflessione teorica ancor prima che carnale. Una parabola, se vogliamo, amarissima su come certi ‘portatori sani’ di deviazioni – e qui Lado accenna con acutezza che non solo di deviazioni sessuali stiamo parlando, ma anche politiche, religiose, più genericamente comportamentali – riescano ad esercitare ‘il male’, delegandone l’attuazione ad altri, certo, ma rimanendone i più puri autori ed assertori.
Che cos’è dunque la violenza, si chiede Lado: la violenza è mezzo e fine al contempo, e chiunque non la combatta attivamente, sia pure in buona fede, si fa complice dell’esercizio di questa brutalità, rischiando di finirne addirittura vittima.
Non c’è salvezza nel treno né al di fuori di esso: l’unica forma di giustizia sembra essere costituita dalla mancanza di pietà, dall’inganno e dalla vendetta. E’ per tutto questo che ‘L’ultimo treno della notte’ rimane a tutt’oggi permeato di un beffardo cinismo che non può non scuotere con energia, se non con violenza, le menti di spettatori troppo assuefatti all’orrore cinematografico formale. In questo film l’orrore è sociologico, concettuale e fisico al tempo stesso, arrivando a pugnalare i nostri occhi senza cedimenti, senza esitazioni e con un enorme merito: disturbare le nostre coscienze, anche a distanza di 34 anni dalla sua venuta alla luce.

Recensione a cura di venus in furs

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