Il film racconta cosa accade ai membri sopravvissuti di una setta indiana chiamata Taylor-Eriksson Group la cui meta è quella di raggiungere i limiti estremi dell’autocontemplazione. Il lungometraggio inizia con un’introduzione che fa da cornice ai tre episodi, i quali prendono il titolo dalla divinità Hindu alla quale fanno riferimento: “Shaki” (storia del cammino interiore di una donna che vuole nascondere e rifuggire gli orrori della setta che continuano a vivere dentro di lei), “Devi” (guerra di un uomo contro se stesso), “Kali” (l’ultimo episodio, dove Mira ci conduce nei meandri più oscuri della setta).
Le vicende si snodano sul filo dei ricordi dell’enigmatico Lars Eriksson.
I tre episodi (volendo tre mediometraggi) sono legati concettualmente dalla tematica del dolore utilizzato come tramite per arrivare all’estasi spirituale e dalle vicende della già citata setta Taylor-Eriksson.
Innegabile il talento di Marschall che dimostra un’ottima padronanza della macchina da presa e che ammanta questa pellicola con un macabro alone mistico. Nonostante il budget sia evidentemente bassissimo il prodotto risulta comunque godibile e di grande impatto visivo. Ottima anche la colonna sonora che serpeggia per tutto il film.
Le influenze maggiori di Marschall sono da riscontrare principalmente nel j-horror (donne con i capelli sul viso), ma sono evidenti anche i richiami al migliore horror italiano (Fulci e Argento in particolare).
Tears of Kali è stato meritatamente vincitore nel 2004 del Nightmare Film Festival di Ravenna.









