Identità | Recensione film

0
249

identityDiverse persone, per una serie di circostanze differenti ma sottilmente collegate le una con le altre, si ritrovano a dover trascorrere la notte in un motel, causa un fortissimo temporale che rende impraticabile ogni strada.
Sono dieci in tutto: una donna gravemente ferita dopo un incidente, suo marito, il figlio, un’attrice con il suo autista, il padrone del motel, un poliziotto con un criminale in custodia e due giovani sposi.
Poco per volta, durante la notte, inizieranno ad essere uccisi tutti, uno dopo l’altro…

Identità è un ottimo thriller particolarmente costruito come un cruciverba, con diverse definizioni che, pur sembrando del tutto indipendenti tra loro, sono in realtà strettamente collegate.
Le idee di fondo sono alquanto originali, sebbene l’impostazione è tratta dal romanzo della Christie Dieci piccoli indiani.

Diversi sono i generi a cui il film attinge: parte come un legal-thriller per poi continuare come uno slasher con qualche accenno di paranormale nel finale.
Il finale però spiega la vera chiave di lettura del film, che lo rende molto più simile a Rumori e tenebre di Brad Anderson.

La parte conclusiva più che forzata è artificiosa, ma non per questo priva di coerenza narrativa.
Durante lo sviluppo narrativo del film vengono anticipati diverse indizi rivelatori sull’identità dell’assassino che inducono lo spettatore a pianificare diverse soluzioni. Ma nessuna di queste risulta del tutto soddisfacente, dato che non sono in grado di spiegare tutti i misteri del film.
Solo gli ultimi venti minuti sono “liberatori”, ma altrettanto concitati, che sconvolgono definitivamente gran parte di ogni teoria fino ad ora costruita.

Non sempre c’è coerenza nella mente umana. Spesso tutto appare o scompare come un esplosione o come un’immagine riflessa nello specchio: tutte simbologie che il film ci regala.

Sul piano simbolico, infatti, il thriller non delude affatto.
La tempesta che circonda il motel è il limite dell’assassino, che non può superare i limiti di sé stesso, della sua vita, della sua mente, dei suoi ricordi, del suo essere e non essere.

Al massimo può assumere figure diverse, ma tutte hanno il medesimo denominatore comune.
Le stesse piante di agrumi sono una chimera che dura ben poco (c’è un richiamo, quasi certamente involontario, alla serie One Piece).
La gente inizia a morire, e le pagine della mente vengono strappate.
Il conto è alla rovescia, anche con gli anni.

Buona l’interpretazione generale, nonché la fotografia.
Bella prova.

Recensione a cura di Zick

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here
Captcha verification failed!
CAPTCHA user score failed. Please contact us!