Il grande successo al botteghino di Hostel ha portato Eli Roth a dirigere un secondo capitolo che inizia proprio dove il primo film finisce e che lascia aperta la possibilità di ulteriori sequel.
Insomma, si è portato avanti col lavoro.
Tuttavia, la decisione di volere spiegare molto di quanto non detto nel film di partenza si dimostra alquanto sbagliata.
Il film, infatti, nella prima parte spiega già tutto (“cattivi” compresi) e si avvicina stancamente fino alla conclusione.
La trama non è nulla di particolare: è la versione femminile del primo capitolo.
Un gruppo di studentesse di arte viaggia in treno e giunge in Slovacchia.
Dimoreranno in un ostello alquanto particolare.
Come l’opera precedente è un film violento, splatter.
Nulla di sopranaturale: è altamente collegato alla violenza e alla depravazione umana.
Mancando l’effetto sorpresa, però, tutto convince molto meno.
Le stesse protagoniste sono poco credibili.
L’unica attrice di rilievo è Heather Matarazzo, la ragazzina che subì molestie da parte del professore ne L’avvocato del Diavolo.
La sua “morte” è quella più sadica, ispirata alla contessa sanguinaria Elizabeth Báthory.
Per il resto, il rapporto tra i due sadici fratelli è l’unico altro elemento di interesse del film.
Da buon tarantiniano, il volpone di Roth cita ed omaggia con camei diverse cinematografie.
La Fenech è un professoressa di pittura, il regista Deodato cita il suo Cannibal Holocaust e Luc Merenda contribuisce ad una scena omaggio di Tutti i colori del buio.
Pubblicizzato all’inverosimile, con un Eli Roth che per motivi vari minacciava che fosse la sua ultima pellicola, ha incassato bene al botteghino ma ha trovato ben pochi sostenitori.
Finale stupido.
Recensione a cura di Zick









