Francesco Dellamorte (Rupert Everett) è il custode del cimitero di Buffalora, paesino della provincia di Milano.
Vive con Gnaghi (Francois Hadij Lazaro), un ragazzone obeso ed handicappato (o forse solo esternamente?) in una casa presso il cimitero.
Il lavoro dei due amici non si ferma allo scavare fosse: in genere, entro sette giorni dalla morte, per una strana epidemia (o qualcos’altro) i morti tornano in vita affamati di carne umana.
Bisogna ucciderli nuovamente sparandoli al cervello.
Un giorno una neo vedova (Anna Falchi) compare nella vita di Dellamorte.
E’ bella, sensuale, tenebrosa, macabra e colpisce anche il suo cuore, all’apparenza duro…
Dellamorte Dellamore è probabilmente il più importante horror italiano degli anni ’90 ed il più interessante degli ultimi vent’anni.
Ispirato all’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi, è una delicata e pregevole metafora del binomio amore-morte, dentro la cornice di un teatro dell’assurdo che unisce generi diversi: l’horror, il sentimentale, la commedia, il grottesco.
Rupert Everett non viene scelto a caso per questa parte: Tiziano Sclavi per la caratterizzazione fisica del suo Dylan Dog si era profondamente ispirato a lui.
E’ doveroso ricordare, per l’ennesima volta, che il film nulla ha a che fare con il fumetto, sebbene possa ricordarlo. D’altronde la storia di base è del medesimo autore.
Spesso si è domandato se il film volesse essere di genere (come si suol dire) o d’autore.
Allo stesso tempo il regista Soavi ha definito un po’ la sua opera una terra di nessuno perché la gente o vuol ridere o aver paura.
Dellamorte Dellamore è tutto questo assieme.
La prima parte è una storia horror sui “ritornanti”, per usare la definizione di Dellamorte.
Sono zombi che possono essere eliminati fumandosi una sigaretta o rispondendo al telefono.
I riferimenti sono tutti per la scuola italiana, soprattutto con la testa volante della figlia del sindaco, chiaro omaggio a Zombie 3 di Lucio Fulci.
Sono zombi spinti sì dal desiderio di carne umana, ma che provano anche emozioni.
Possono anche essere sensuali, come la Falchi.
Un uomo può avere tante donne.
Ma la donna dei propri sogni è forse una chimera.
Bisogna stare attenti, perché la Morte può volerla.
Ma se una persona vive uccidendo i morti, può amare una viva?
O forse avrà con lei un legame unico solo con la morte?
Sono domande, come tante altre, che Dellamorte si pone.
Non trova le risposte, in compenso ha sogni.
Ma anche qui sorgono i dubbi, le speranze diventano utopie, come il grande desiderio di cambiare vita.
Dalla morte passare alla vita: per gli zombi è possibile ma non per il loro custode.
Più si farà domande, più cercherà di vincere i suoi limiti, meno troverà la pace interiore.
Per fortuna che esiste Ganghi, un bambinone che probabilmente è colui che più di tutti affronta la vita.
Lo fa con degli occhi non innocenti, ma disimpegnati.
Non è un problema se la sua fidanzata è una ragazzina e se è solo una testa di uno zombie o se emana un odore sgradevole.
La ama e non cerca la perfezione come Dellamorte.
I suoi gna sono molto eloquenti come fare un teschio.
E quando (forse) muore in realtà continua a vivere.
Forse vive uno shock diverso, forse diventa adulto, forse prende il ruolo di Dellamorte.
Il finale è enigmatico ed allegorico come un fumetto di Sclavi.
Funzionale l’interpretazione degli altri attori: la Falchi è bella ed assente, Masciarelli è un sindaco pronto a politicizzare tutto.
Stivaletti fa ottimamente il suo lavoro, inserendo elementi splatter dove è necessario e truccando poco quando serve.
Maestosa la fotografia: memorabili la notte di sesso tra la Falchi ed Everett nell’ossario del cimitero, o il ritornante motociclista o la Morte che nasce dalle foglie autunnali..
Buone le musiche.
Non gridiamo al capolavoro, giustamente, ma dopo questo film, per una serie di motivi, l’horror italiano non è stato più in grado di ripetersi ad ottimi livelli.
Tristezza per noi horrorofili, grazie al grande Michele Soavi.
Recensione a cura di Zick







