I Vivi e i Morti | Recensione film

I Vivi e i Morti | Recensione film

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i-vivi-e-i-mortiPhilip (Mark Damon), da tempo alla ricerca della sua amata Madeline (Myrna Fahey) finisce per recarsi al maniero di “casa Usher”, dove la donna si è isolata, assieme al fratello Roderick (Vincent Price): quest’ultimo soffre di un morbo ipocondriaco (ipersensibilità degli organi percettivi, con particolare risposta ai rumori ed ai raggi luminosi).
Anche Madeline è soggetta, in maniera complementare, a crisi catatoniche sempre più intense.
Roderick, durante la serata, racconta a Philip la storia della “maledizione” che grava attorno alla dimora: è una sorta di nemesi che colpisce i discendenti, ogniqualvolta nella famiglia i figli siano più di uno; nella circostanza i fratelli impazziscono prima di trovare la morte a causa di orribili contingenze.
La casa stessa sembra avvolta da un manto di degradazione, presentandosi (esteriormente) sempre più in un inquietante stato di decadimento ed abbandono.
La notte sarà molto movimentata, mentre all’avvicinarsi dell’alba paiono rivelarsi, con tutte le conseguenze, gli effetti della maledizione…
Prima -e riuscita al pari del successivo Il Pozzo e il Pendolo- opera dedicata (da Roger Corman) alla serie di racconti scritti da Allan Poe.
Benché il soggetto sia stato più volte rivisitato (sia in precedenti, sia in successive occasioni), nessuna raggiunge la perfezione formale e stilistica di questa riuscitissima trasposizione cinematografica.
In primo luogo i meriti vanno a Vincent Price, in grado (come sempre, del resto) di sostenere una parte esclusivamente incentrata su un ruolo prettamente verbale, che mira a fare della narrazione principale un insieme di suggestioni letterarie e descrittive (ad esempio, il lungo ed intenso dialogo circostanziato sulle qualità malefiche della casa)…
Del ciclo è quello che, economicamente, ha avuto più sostanza (circa 100.000 di dollari) ed è il risultato dell’imposizione del regista sui produttori, che inizialmente volevano realizzare due diverse pellicole (in bianco e nero).
Il successo di pubblico ripaga, ampiamente, l’idea di Corman: I Vivi e i Morti, infatti, si colloca tra i 5 film più visti del 1960 e permette il proseguimento della serie, incentrata sui racconti di Poe.

Da un punto di vista narrativo, l’unico elemento debole del film risiede nel fatto che, allo spettatore nessuna spiegazione è data su, come, la giovane Madeline riesca ad entrare in contatto con Philip (non v’è giustificazione né nel racconto di Poe, né nel film); ma è evidente che solo un “elemento” esterno può portare alla luce la follia e lo stato d’apatico abbandono vissuto dai protagonisti, prigionieri di un asfissiante e declinante maniero.
In considerazione del limitato budget messo a disposizione, si rimane notevolmente impressionati dal buon esito finale del prodotto: scenografie e scene sono, a dir poco, perfette e rendono una demarcata idea dell’abbandono e del decadimento della casa (e dei protagonisti). La storia si pone su un duplice piano di lettura, analizzando la struttura malefica come se fosse, di fatto, un’entità ed una metafora stessa dei personaggi; mentre, col passare del tempo la casa rischia di cadere a pezzi, anche la famiglia che la abita subisce una sorta di degenerazione inarrestabile.
Nonostante nel film siano totalmente latitanti sequenze violente o prettamente horror, il tono complessivo della pellicola è molto aggressivo e disturbante. Pochi (per non dire nulli) gli effetti speciali, per un film basato unicamente su un’ottima fotografia, impeccabili scenografie, ispirate musiche (opere di Les Baxter) ed una confinata caratterizzazione nei panni di Roderick resa, da Price, in maniera molto credibile.
Alcune curiosità sulla realizzazione del film riguardano la sequenza iniziale, quando Philip giunge alla casa cavalcando, attraverso una foresta: il senso di cedimento (The Fall of the House of Usher è, non a caso, il titolo del racconto) e desolazione è ben reso dall’ambientazione (un bosco sulle colline di Hollywood) volutamente utilizzata da Corman in seguito ad un incendio; lo scenario si presentava composto dai resti di rami e tronchi bruciati e dalla cenere grigia, rimanenza della combustione (simbolicamente l’aspetto grafico della personalità contorta e distruttiva di Roderick). Mentre, per la sequenza finale del rogo liberatorio e purificatore di casa Usher, Roger Corman, dietro compenso di 50 dollari (!!!) convinse il proprietario di un capanno di grandi dimensioni a lasciarglielo bruciare.
Slogan all’uscita del film nelle sale:
“I heard her first feeble movements in the coffin… we had put her living in the tomb!”
Recensione di Undying1

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