Shuttle | Recensione film

Shuttle | Recensione film

DVD horror extreme TetroVideo

shuttle-locandinaDi ritorno da un vacanza per sole donne in Messico, due amiche si ritrovano all’aereoporto con una valigia smarrita e una gran voglia di ritornare al più presto a casa. Decidono di salire su una navetta aereoportuale insieme a due ragazzi conosciuti durante l’attesa per il reclamo dei bagagli. Un semplice e sicuro viaggio di ritorno verso le proprie residenze si rivelerà un infinito incubo notturno.

Se pensavate che le principali fonti di pericolo di un viaggio potessero provenire sia dal volo in aereo che dall’ostilità del luogo di destinazione, Shuttle vi farà ricredere che la sicurezza non ha ragione di esistere nemmeno in un mezzo di servizio pubblico.
L’incipit è funzionale anche in questo: voler fornire un punto di partenza piuttosto inusuale in modo da non essere troppo familiare anche agli occhi dello spettatore più esperto. La pellicola sembra dichiarare guerra a tutti gli stereotipi e tenta, seppur con le dovute riserve, di presentarci una vicenda il più realistica possibile. Coerentemente a questo scopo è stata riposta molta attenzione sia nei dialoghi che nella caratterizzazione dei protagonisti, con i quali è facile empatizzare man mano che gli eventi si susseguono.
Dopo la parte introduttiva in aereporto, che serve soprattutto a presentarci le varie personalità, il film traccia con violenza una netta linea di separazione con la precedente tranquillità narrativa e lo fa inserendo con maestria un incidente inaspettato, quasi a voler marcare la sua identità horror e ricordarci che non stiamo guardando il filmino di una gita.
Questo evento riaccende furiosamente la dinamica degli eventi e risvegliandoci dal torpore ci proietta immediatamente in un vortice di terrore in cui finalmente l’ostilità verrà alla luce e chi la impersonifica farà a meno di indossare maschere di beltà. I tentativi di ribellarsi a questa condizione saranno subito taciuti e pagati col caro prezzo della vita e molte occasioni favorevoli di ribaltare i ruoli tra vittime e carnefici verranno soppresse senza alcuna forma di ingenuità o tramite qualche facile espediente.
A dissipare ogni forma di incertezza sulla buona riuscita dell’opera ci pensa un colpo di scena che ci dimostra come un’interpretazione superlativa possa fare davvero la differenza e convincerci che un attore non vale esattamente l’altro.

A questo punto ci si potrebbe chiedere cosa mai questo Shuttle avrà di speciale per riuscire a staccarsi dal classico filone sulla dualità rapitori-ostaggi. Ebbene Anderson, regista e unico sceneggiatore, parte da questa elementare struttura cercando di conferirle più stratificazioni possibili, toccando con astuzia un problema serio, ma mai trattato approfonditamente, che fungerà da rivelazione finale nell’ultima struggente sequenza.
Pur di approdare a questo apprezzabile risultato, che sicuramente sarà stato concepito ben prima di avere a mente il procedimento tramite cui arrivarci, l’autore fa uso di qualche tecnica non proprio condivisibile e in questo caso il detto “il fine giustifica i mezzi” non trova applicazione.
A causa delle sue velleità di realismo e di denuncia sociale, l’aspetto più prettamente splatter viene messo da parte senza tramutarsi mai in una vera privazione.
La fotografia purtroppo non nasconde l’esiguità dei capitali a disposizione: i colori sono spenti e tendono tutti al grigio. Insomma il livello visivo non rende pienamente giustizia a questa opera.

In conclusione Shuttle sarà capace di soddisfare i più diversi palati grazie alla perizia nell’aver saputo incrociare più generi sublimandoli in un’unico prodotto senza alcuna perdita di qualità.
E in più il finale vi farà riflettere parecchio.

Recensione di Antonio D’Astoli

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*

Google Translate »