Perkins 14 | Recensione film

Perkins 14 | Recensione film

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perkins_14Due lustri fa la cittadella di Stone Cove fu teatro del sequestro di 14 bambini. Le ricerche per scoprire il responsabile dietro l’accaduto non condussero ad alcun risultato e il caso fu dichiarato chiuso. Per tutti ma non per l’ufficiale di polizia Dwayne Hopper, la cui anima tormentata non trova riposo da quando un’indimenticabile notte vide sparire per sempre dalla sua vista il suo secondogenito maschio. Durante un’ispezione di routine tra le celle del dipartimento di polizia, Dwayne fa la conoscenza di un nuovo detenuto, un farmacista che risponde al nome di Ronald Perkins che lo implora di fargli fare una telefonata. Un particolare di Perkins salta subito all’occhio dell’agente: un dito mozzato che si scoprirà causato non esattamente da un incidente durante una sessione di giardinaggio.

Fin dai primi annunci sulla sua lavorazione, Perkins 14 è riuscito a destare un certo interesse tra gli addetti del settore, se non per la trama perlomeno per il singolare modo in cui ha preso vita il progetto. Responsabile della sua origine è infatti il sito Massify.com, sulle cui pagine qualche tempo fa fu indetto un sondaggio per votare la migliore idea da concretizzare in un lungometraggio horror. Questa particolare gestazione è andata avanti sotto l’occhio “poco” vigile della After Dark Films, uno studio cinematografico che da 3 anni a questa parte si preoccupa di selezionare e di distribuire sul mercato un numero variabile di pellicole da proporre agli appassionati del genere. Tra i titoli più rilevanti fin’ora distribuiti da questa casa si potrebbero citare Le Morti di Ian Stone di Dario Piana e Borderland di Zev Berman.

Con le dovute eccezioni, le varie edizioni di questa rassegna hanno confermato un generale livello qualitativo delle opere piuttosto modesto. Ovviamente questa tendenza non è stata molto favorevole ed ha frenato la sua diffusione nei circuiti cinematografici con la conseguenza che chiunque avesse nutrito un minimo interesse nella selezione del 2008 ha dovuto attendere la sua distribuzione in dvd che si è protratta a fine marzo dell’anno successivo.

Perkins 14 è uno di quei casi eclatanti in cui le aspettative, a dispetto delle allettanti premesse, non trovano riscontro alla prova dei fatti. Viene spontaneo imputare la colpa di questo risultato alla maggioranza votante che ha partecipato al sondaggio galeotto decretando la vittoria di un’idea probabilmente migliore delle sue alternative, o almeno ci fidiamo che sia andata così, ma priva di una visione all’altezza che le rendesse giustizia una volta portata sullo schermo.
Non sapendo tutti i particolari, sarebbe troppo facile colpevolizzare chi ha fatto le veci della voce del popolo quando invece la responsabilità della rielaborazione dei vari suggerimenti e spunti narrativi sia da ascrivere al regista e ad altri due aiutanti. Quindi sono inutili i tentativi di dichiarare la sceneggiatura dell’opera come interamente farina del “nostro” sacco, come viene mostrato in uno dei tanti trailer promozionali.
Vittima della frettolosità e delle pressioni che hanno inficiato le varie fasi della realizzazione, Singer, già regista di Dark Ride, non ha ben chiara l’identità che vorrebbe assegnare alla sua creatura.

Il film consta di due partizioni: una prima mezz’ora, senza dubbio la migliore, in cui si indaga il passato di Perkins, interpretato da Richard brake (Batman Begins, Hannibal Rising), personaggio troppo sfacciato per la situazione in cui si ritrova, e la rimanente ora farcita di inseguimenti, assedi e quant’altro di più banale possa venirvi in mente. Proprio nella seconda parte la pellicola fa sfoggio di tutti i suoi limiti e difetti, colpa anche di un cast di attori non molto in parte e lontani dal suscitare una minima simpatia. Tutto ciò non sorprende: nemmeno la selezione degli interpreti si è sottratta alle meccaniche sondaggistiche.

Perkins 14 non convince e non cattura a causa di un approssimatività dilagante da ritrovare sia nella scarsa fantasia dedicata alle situazioni proposte, che non lo differenziano da un qualsiasi film sui morti viventi, che nell’assenza di una qualsiasi brillante intuizione che ne renda la visione in qualche modo memorabile. I particolari della vicenda, meritevoli di un approfondimento, vengono trascurati e la sensazione di avere a che fare con un prodotto superficiale non crolla mai per tutta la visione. Lo stesso approccio si può ravvisare nelle poco curate scene di morte in cui è difficile individuare la vera causa che porta ai copiosi spargimenti di sangue.

Scarsa anche la caratterizzazione del Perkins del titolo, troppo anonima sebbene sia stato dotato di forti principi e ideali che guidano le sue azioni. E pensare che le sue argomentazioni e i suoi ragionamenti sono in un certo senso convincenti in quanto mettono a nudo la debolezza e la volubilità dell’essere umano che non riesce mai a mettere in secondo piano i suoi effettivi bisogni e necessità, neanche quando deve ricercare un suo caro scomparso. Oltre a questa interessante tematica, il film non propone altri validi terreni di discussione e la risolutività del finale non lo erge al di sopra della mediocrità.

Perkins 14 è il tipico caso in cui una singola, brillante idea non può reggere la struttura di un intero film.

Recensione di Antonio D’Astoli

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