Occhi di Cristallo | Recensione film

Occhi di Cristallo | Recensione film

DVD horror extreme TetroVideo

occhidicristalloUna serie di feroci delitti, che trova la sua massima espressione di violenza con lo sterminio di una coppia ed un voyer, è caratterizzata da indizi che inducono a circoscriverne il colpevole come un possibile cacciatore.
L’assassino, in una delirante e feroce azione distruttiva, preleva da alcuni cadaveri alcune parti del loro corpo: un seno, le braccia, una testa….
Incaricato di seguire le indagini, l’ispettore Amaldi (Luigi Lo Cascio) si immerge il più possibile nella mente del killer, mentre contemporaneamente instaura un rapporto affettivo con la giovane studentessa universitaria Giuditta (Lucìa Jimenéz) che viene turbata da ripetute e continue minaccie telefoniche.
Alcune deduzioni spostano l’indagine nel campo della tassidermia, e l’autore dei delitti manifesta, oltre ad una certa erudizione (sviluppata attorno all’alchimia), una rara abilità chirurgica.
La possibile soluzione ruota attorno all’ex agente di polizia, Ajaccio (Simòn Andreu), ora ricoverato in ospedale a causa di una malattia che lo ha ridotto alla fase terminale.

L’ambientazione in una città indefinita (nella realtà, Sofia), gli esterni ambientati nel porto abbandonato, i ricordi del poliziotto destinato ad un atroce destino e in fase “terminale”, le sequenze crude del primo delitto (che ricordano, per modalità, quelle reali del Mostro di Firenze), le musiche pertinenti e ben inserite nel contesto narrativo fanno di Occhi di Cristallo un felice esempio di grande cinema italiano. Frettolosamente apparentato al cinema di “genere”, e forzatamente inserito in una ipotetico seguito dei modelli alti di Argento o Bava, il film di Puglielli osa dove anche i più affermati autori di horror internazionale, oggi, si fermano (da Craven ad Argento, passando per Hooper): e mostra, cioè, dure sequenze con risalto di dettagli macabri (le amputazioni e le ferite dei cadaveri), crea un clima di tensione insopportabile e fastidioso e rielabora in maniera del tutto personale alcuni concetti del cinema di genere italiano (l’assassino svelato solo alla fine), ammantanti di un’atmosfera più ampia, che pare derivare (in maniera comunque sempre personale) da pellicole tipo Seven e Manhunter (per l’identificazione dell’ispettore nella mente del killer), da I Fiumi di Porpora (la scritta sul muro col sangue) o da Balaguerò (Nameless, Darkness)…
Se alcuni elementi possono ricordare Argento, ma in maniera molto distante, forse è da attribuire alla mano in sceneggiatura di Franco Ferrini, abituale collaboratore del regista romano, e all’uso dello story-board (opera di Zhivko Zhelyazkov) a supporto della sceneggiatura, di cui il regista ha saputo fare ottimo uso. Per il resto, piuttosto, il finale (con il corpo che precipita in mare dall’alto dell’ Orfanotrofio abbandonato) evoca alla memoria un paio di pellicole di Fulci (Non si sevizia un paperino e Sette note in nero).

Recensione a cura di Undying1

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