Trauma | Recensione film

Trauma | Recensione film

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TraumaAura, una giovane rumena anoressica, è sottoposta a duri rimproveri da parte della madre che, a tempo pieno, si dedica all’attività di “medium” organizzando sedute spiritiche.
Nel frattempo, un furioso serial killer che ha approntato un ferale meccanismo, decapita alcune donne…
Anche l’occultista, posseduta da una delle vittime durante una seduta medianica, ricorre nella furia del folle mentre, durante un furioso temporale, viene decapitata assieme al marito.
La giovane anoressica disperata tenta quindi il suicidio ma viene soccorsa da un giornalista con il quale instaura un ambiguo rapporto di amicizia.
Nel frattempo, mentre altre vittime cadono sotto lo strumento di morte del killer, uno psichiatra reclama l’adozione della ragazza.
L’indagine condotta dal giornalista porta alla luce una insolita coincidenza: ogni delitto viene commesso durante un temporale e le vittime, tutte medici ed infermiere, risultano coinvolte in un misterioso incidente avvenuto all’interno di una sala parto.
Sarà un bracciale al polso dell’anoressica a condurre il giornalista dritto dritto nella dimora dell’assassino che si rivela essere.
Trauma è la terza opera di Argento girata negli Stati Uniti (dopo Inferno e Due occhi diabolici),
sceneggiata dallo stesso Argento, in collaborazione con Giovanni Romoli, T.E.D Klein e Franco Ferrini.
Il titolo di lavorazione del film era L’enigma di Aura e, come prassi argentiana, in fase di lancio il regista sosteneva di essere tornato al “giallo”; in particolare Trauma venne classificato dall’autore come una rivisitazione in chiave “moderna” di Profondo Rosso.
E, a ben vedere, molti sono i punti in comune: la seduta spiritica e la figura della medium (che in Profondo rosso entrava in trance); la figura dell’assassino, sconvolta da uno “shock” subito in un particolare momento della sua esistenza; personaggi che condividono segreti (lo psichiatra) e sono a conoscenza dell’identità del killer; l’immagine confusa che trae in inganno, ribaltando completamente il concetto di realtà (il killer inizialmente creduto vittima)…
Ma anche, forse non casualmente, alcuni attimi richiamano alla memoria le opere di Hitchcock, come nel caso del bambino che scruta con il binocolo nella casa dell’assassino e vede le teste decollate delle vittime (La finestra sul cortile).

Il film soffre di un male che già manifestava i suoi sintomi con Phenomena: pur trovandoci di fronte ad un’opera stilisticamente e tecnicamente ineccepibile, quello che fa “acqua” da tutte le parti è lo scarso approfondimento psicologico dei personaggi (basterà citare Brad Dourif), la recitazione -e i testi- sopra le righe (alcune battute pronunciate da Aura: “..io volevo, ma non potevo” -?!?-) e la volontà del regista di intercalare finali su finali, deragliando il tutto su un binario prettamente “onirico”.
Certo, un film di questo spessore (tra l’altro incredibilmente contenuto sul lato della violenza, eccezion fatta per una impressionante decapitazione), è sicuramente un bel film…
Ma quello che lascia l’amaro in bocca è che, con molto poco -una accorta conduzione degli attori, una rivisitazione di contenuto nei testi e nella storia- poteva essere un altro “classico” del giallo italiano.
Decisamente inferiore rispetto alla media delle produzioni del regista, la musica a cura di Pino Dosaggio.

Recensione a cura di Undying1

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