L’Inquilino del Terzo Piano | Recensione libro

L’Inquilino del Terzo Piano | Recensione libro

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l-inquilinoIl mio primo incontro con questo visionario artista (che sviluppò la propria arte nelle più svariate manifestazioni dell’espressione figurativa, dalla pittura all’illustrazione, dall’incisione alla fotografia, dalla scultura alla scenografia teatrale, dal cinema alla musica, dalla letteratura alla televisione – non si può non menzionare in questa sede per lo meno la sua partecipazione in veste di attore nel Nosferatu di Herzog -), francese di origini polacche, risale a più di due lustri fa.
Un compagno di liceo mi prestò un raro volume di suoi racconti macabri: fiabe nere dalle forti componenti visionarie in cui si materializzavano impensabili personaggi grotteschi – emblematica una fatina turchina vecchia e volgare che esaudisce i desideri secondo i propri sadici capricci – in un’atmosfera che solo un Dino Buzzati ubriaco e visionario che si fosse iniettato una dose di Hoffman mentre imbastiva un sinedrio con gli spettri di Bosch, Goya e Salvator Rosa poteva concepire. Fu amore a prima vista.

Sono dovuti passare dieci anni prima che riuscissi a procurarmi altri scritti di questo geniale artista francese. In una libreria polverosa mi sono imbattuto in questo romanzo (da cui Roman Polanski ha tratto un film nel 1976 con Isabelle Adjani, necessariamente inferiore al libro da cui è tratto).
Ed è stato come ritrovare un vecchio amico.
Leggere uno scritto di Topor è come immergersi in un suo quadro, lasciarsi lambire da atmosfere visionarie dotate di una cupa carica seduttiva inebriante.
Il parallelo con Dino Buzzati da me tracciato non è stato casuale. Ignoro se i due siano venuti in contatto (ne dubito), ma non è questo un particolare rilevante; importanza riveste invece la scrittura di Topor, che possiede notevoli punti di contatto con quella dello scrittore bellunese. L’acutezza e la triste ironia di Buzzati qui sono portate all’eccesso, trasfigurate, tinte di nero e di grottesco. E’ come guardare in uno specchio che riproduce una beffarda immagine distorta, impossibile da cogliere.
Sono le oscene dita seduttive dell’inquietudine che penetrano nei recessi più inconfessabili della natura umana, nelle fantasie sepolte, spalancando sepolcri d’immaginazione.

La storia è narrata con visionaria maestria, ci si addentra a poco a poco nelle grottesche atmosfere dipinte con sadico compiacimento, l’atmosfera si crea scena dopo scena incupendo le proprie tinte sino a quando non esiste più alcuna via d’uscita nella spirale ossessiva creata, esattamente come accade nel capolavoro buzzatiano Sette Piani.
La trama di Le Locatarie Chimérique (questo il titolo originale dell’opera) vede un immigrato polacco, il signor Trelkovsky, affittare un appartamento a Parigi improvvisamente liberatosi a causa del suicidio dell’affittuaria, Simonetta Choule, che inspiegabilmente si è gettata dalla finestra.
Quello che Trelkovsky considera un vero colpo di fortuna, a poco a poco rivelerà il marcio che giace sotto al superficie. Il protagonista si ritrova suo malgrado a perdere i propri amici a causa delle lamentele dei vicini per il troppo baccano che lui – persona educata e riservata – sembra procurare; l’ossessione comincia a stendere le proprie implacabili mani su Trelkovsky, e quando dei ladri si introducono nel suo appartamento e rubano ogni oggetto che possa rivelare la sua identità, l’uomo si rende conto di essere al centro di un terribile complotto. Simonetta Choule non si è suicidata: è stata spinta a compiere quel gesto dagli inquietanti inquilini dello stabile, che adesso hanno in mente di replicare la scena con lui.

Per quale motivo quelle persone agiscono in quel modo? Chi sono in realtà quelle figure? Chi si nasconde in realtà dietro le presenze che scorge dalla finestra del proprio appartamento e che nel bagno comune non fanno altro che rimanere per ore immobili come egli automi? Di chi è il dente trovato in una cavità della propria stanza?
Sono quesiti a cui non fornirò una risposta, ma che verranno svelati dal libro sino al magistrale, inquietante epilogo.
Lasciatevi sedurre dall’humour nero di uno degli artisti più poliedrici che siano mai esistiti.

Edito da Bompiani, coll. Tascabili – pagg. 159 – prezzo 7,00 euro

Recensione a cura di Ian

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