Intervista a Francesco Pasanisi, guru dell’exploitation

Intervista a Francesco Pasanisi, guru dell’exploitation

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pasanisiFrancesco Pasanisi, il genio del male dell’underground leccese ci ha rilasciato un’intervista – testamento le cui dimensioni bibliche si rivelano doverose per portarci a conoscenza delle poliedriche attività di cui egli è ideatore e promotore attraverso il suo marchio Easy Phoney Production.
Passiamo subito al dunque onde evitare di rimanere a corto di caratteri.

A: Chi è Francesco Pasanisi?

B: Sono un pazzoide che non sta mai fermo. Penso 4 milioni di cose al secondo ma riesco a farne solo 16. Per cause di forza maggiore da piccolo rimanevo spesso in casa e, invece di giocare a palla in strada, leggevo molto, vedevo molti film e sentivo una marea di musica. Molto di quello che ho conosciuto lo devo a mia madre. Ero l’unico bambino all’asilo, e poi via via da ragazzino alle elementari e medie, a sapere chi fossero Phil Collins, Dylan Dog e Stephen King. Da qui nasce tutto ciò che vedete online e non, partorito dalla mia occhialuta scatola cranica.

A: Sei un calderone in continuo fermento. Quale percentuale ricoprono l’horror e il dark nella tua vita?

B: A voler fare dei grafici, l’horror si trova al 40%. Ebbene, può sembrare strano, ma non è solo horror ciò che c’è nel mio calderone. Più che altro si può dire che amo vedere (e fare) opere che hanno temi forti, irriverenti, macabri e disturbanti. Il gotico ha una ridotta percentuale nei miei interessi, di questo ammiro molto lo stile estetico, cromatico e fotografico, tuttavia preferisco i temi urbani e metropolitani, li sento più vicini. Per concludere dirò questo, che forse non piacerà a molti: il mio approccio all’horror è per lo più gigione e sarcastico, non appartengo a chi studia questo cinema in maniera seria e magari si interessa anche di esoterismo e di scienze occulte, anzi, ritengo queste ultime due cose abbastanza superflue, per il mio modo di vedere, per questo non amo tanto gli horror demoniaci o esorcistici o esoterici. Preferisco quelli, appunto, metropolitani, come Romero, De Palma, Hooper, Carpenter, Cronenberg ecc…:

A: Sei noto per la tua passione per la musica e per il cinema, puoi parlarcene?

B: Come ho detto nella prima risposta, ci sono state cause che mi hanno quasi obbligato ad acculturarmi a casa, da piccolo, per passare il tempo. Dopodiché l’obbligo è diventato piacere. La musica per me è importante tanto quanto il cinema, infatti se scrivo un racconto, un romanzo o un film ho sempre musica in cuffia. Se sto in fase di montaggio video, memoria RAM permettendo, idem, altrimenti la sento col lettore e non col Pc.

A: Sei un amante dei B-movie, cosa ti piace in particolare di questi film?

B: Mi piacciono molto per la schiettezza, la semplicità e per la strafottenza verso grossi organismi di censura (MOIGE in Italia, FCC in Usa e così via). Mi piace anche il modo in cui sono girati, senza manierismi artistoidi ed autoreferenziali, senza ermeticità nella narrazione. Si tratta di bellissimi manufatti creati da esperti artigiani. Tre su tutti: Castellari, Fulci e Di Leo (anche se quest’ultimo è quasi cinema d’autore vero e proprio).

A: Quali sono i titoli che preferisci?

B: Sicuramente “Non si sevizia Un Paperino” (1972) di Lucio Fulci è uno di quelli. Si tratta di un solidissimo giallo-horror ben girato e che ha con sé temi di critica sociale ed anticlericale attuali ancora oggi. Altri titoli degni di nota non si contano neanche su ottocento mani, sono troppi i miei B-Movie preferiti e mi piace molto il fatto che Tarantino e Rodriguez continuino a fare il loro revival. Se penso a “Machete”, “Planet Terror” e “Django”, non posso non pensare al cinema di Umberto Lenzi, e Sergio Corbucci. Molto interessante è anche il nuovissimo “The Green Inferno” di Eli Roth, pupillo di tarantino, che si rifà agli storici ed efferati Cannibal Movies.

A: Recentemente hai pubblicato la tua tesi di laurea: Exploitation – Lo sguardo che uccide. Puoi accennarci qualcosa a riguardo?

B: Il mio saggio non è un manuale cinematografico. Questo tengo sempre a precisarlo anche nelle presentazioni. Si tratta, invece, di un’analisi sociologica del fenomeno “Exploitation” in relazione ai decenni, alla cronaca e alle nuove tecnologie. Nel libro si parla di una Exploitation gradevole e divertente come quella dei Mondo Movies, anche se per molti versi piuttosto discutibile, e quella malata e criminale che nasce anche per mezzo dei new media, che rendono tutti cineoperatori di atrocità reali (bullismo, snuff animale ecc…)

A: L’exploitation abbraccia molti sottogeneri, quali preferisci?

B: Anche qui non ho preferenze, dipende dai momenti. In “solitudine” vado di “Sexploitation” e “Women In Prison”, se sono incazzato con i razzisti c’è la “Nazisploitation” o la sua opposta “Blaxpoitation”. Quel ramo che, però, prediligo e che si trova in moltissimi film, anche cosiddetti di Serie A, è lo splatter.

A: Per quanto riguarda la sexploitation, cosa pensi del cinema di Jesus Franco?

B: Franco è un signor cineasta di B-Movies. Oltre al volutamente “mazzaro” e “pacchiano” stile estremo di girare e rappresentare situazioni e personaggi, ha anche dei contenuti. C’è “I Violentatori Della Notte” (1987) che è anche una critica al frivolo mondo delle modelle e dei centri di chirurgia estetica. E poi c’è Telly Savalas, l’indimenticabile soldato razzista e squilibrato di nome Maggot in “Quella Sporca Dozzina” (1967) di Robert Aldrich nonché Ispettore Kojack nell’omonima serie Tv. Sì, il film di Franco che ho citato mi è piaciuto molto, dato che oggi diluvia, quasi quasi me lo rivedo.

A: I Guinea Pig rientrano nel sottogenere della shockexploitation. Questa serie horror giapponese è divenuta famosa non solo per gli effetti speciali ma anche perchè si pensava che uno degli episodi fosse uno snuff movie. Cosa pensi di questa serie splatter?

B: In verità è una serie che non ho seguito. Sono stato dietro al primo capitolo, ma solo per scrivere quella tesi che poi sarebbe diventata il mio primo libro pubblicato. Infatti ho solo per sommi capi seguito l’ipotesi “Snuff/No Sniff”, senza approfondire. È una serie che mi manca, lo ammetto, e rimedierò presto.

A: Ami il cinema horror orientale?

B: Per la verità no. Preferisco lo stile occidentale. Non disdegno, anzi, ammiro molto i lavori di Kitano, Chan Wook e Nakata, ma per il resto trovo il loro cinema fantastico troppo lento, intimista e serioso. L’horror ha quasi un obbligo morale di ironizzare qua e là e di non prendersi troppo sul serio nelle tematiche. Questo gli autori orientali non lo hanno ancora capito. A mio avviso, caricando troppo di serietà si finisce addirittura col provocare un’involontaria risata.

A: Parliamo del cinema italiano. Quali sono i cannibal movie più riusciti?

B: Sicuramente la “masterpiece” è “Cannibal Holocaust” (1980) di Ruggero Deodato. Togliendo alcune scene di tortura ed esecuzione fra indios, forse un po’ reazionarie e l’uccisione reale di alcuni animali, si tratta di un film completo: sesso, violenza, azione, avventura nonché una forte carica sovversiva, che tratta (e anticipa) attraverso una situazione fittizia ciò che combiniamo noi occidentali ambiziosi quando invadiamo un suolo per la gloria o il potere. In questo film i primi a fare i criminali sono i filmmaker americani, e poi gli indios, che giustamente si incazzano per le loro azioni. Ad ogni modo, una cosa che non perdono al film è quella di aver lanciato Barbareschi (ahahahha).

A: Secondo te oggi un film del genere cannibal susciterebbe lo stesso scalpore di 30-40 anni fa?

B: Mo vediamo che succede con “The Green Inferno”. A parte questo, però, potrebbe sì far senso o impressione, ma non come 30-40 anni fa è ovvio. È un po’ come il cinema erotico, l’horror. Se evolve in “peggio”, per noi in meglio, ovvio (ahahahha).

A: Come definiresti Zombie Holocaust?

B: Un pastrocchio. A parte alcune trovate carucce circa gli effetti speciali e la musica minimal di Nico Fidenco, il film, a mio avviso, è abbastanza bruttino e pieno di ingenuità ed errori. Si è goffamente tentato di mescolare “Zombi” (1980) di Lucio Fulci con “Cannibal Holocaust” del già citato Ruggero Deodato. Prendono addirittura Ian MacCulloch del film di Fulci di cui sopra, anche qui come protagonista. È stata una tavanata galattica come marketing e come arte creativa. D’altronde cosa ci si può aspettare da un cineasta come Frank Martin (vero nome Marino Girolami) che ha diretto ben dieci drammi musicali con Claudio Villa?

A: Quali sono i generi cinematografici che gradisci di meno?

B: Non ho generi da detestare, a dire il vero. È il modo di girare e narrare che fa un film a me gradito o meno. Prendiamo ad esempio la commedia: c’è “L’ultimo Bacio” (2001) di Gabriele Muccino, orribile, e c’è “La Scuola” (1995) di Daniele Lucchetti, capolavoro. Horror: c’è “Il Fantasma Dell’Opera” (1998) di Dario argento, tremendo, e c’è “Zombi” (1978) di Gorge A. Romero, ineguagliabile. In sintesi, per me, un film non deve prendersi troppo sul serio (specie se ha mezzi e stile scadenti), non deve avvinghiarsi alla possibilità di un’introspezione da pippe mentali scialba e adolescenziale e, soprattutto, non dev’essere retorico, manierista ed autoreferenziale (come Bertolucci, ad esempio). Lo stesso criterio lo applico alla musica, ecco perché a casa mia si guarda e si ascolta pochissima roba italiana da metà anni novanta in poi.

A: Sei anche l’organizzatore della Zombie Walk. Cosa ti ha spinto a dedicarti a questo evento e da quanti anni te ne occupi?

B: Come ho sempre affermato nei vari comunicati stampa che annunciano questo nostro evento, l’idea me l’hanno data Ilaria e Benedetta, due mie amiche che la organizzarono nel 2011. Da allora le faccio anche io e loro, naturalmente, vengono sempre coinvolte. L’idea in sé è anche divertente: serve a non prendere troppo sul serio l’atavica paura dei redivivi ed è anche un macabro corteo che, forse, simboleggia la società attuale, come Romero insegna.

A: Hai notato un riscontro positivo? Secondo te la posizione geografica incide negativamente sulla riuscita dell’evento? Il tacco d’Italia è paradossalmente morto?

B: In effetti non ho avuto molte risposte in fatto di partecipazione, solo che non me ne frega niente. Da buon partigiano del ventunesimo secolo resisto, e organizzare cose puntualmente ogni anno, chi c’è c’è, è una forma di resistenza. Non mi interessa se dietro la svogliatezza di far cose del genere ci sia un intento superiore a scoraggiare la permanenza in città o se sia, invece, unicamente dettata da indolenza personale. In ogni caso continueremo ad organizzarle ogni Halloween e sempre a Lecce. Non sono per il “voglio andar via!”, anche se capisco se qualcuno parte per lavoro. Se ce ne andiamo noi, penso, rimangono solo i cazzoni e non è giusto, poi muore tutto per davvero.

A: A proposito di zombi, quali sono per te i migliori zombie movie della storia del cinema?

B: La serie romeriana in primis, in particolar modo i primi tre. Poi tutto il filone parodistico (Jackson, O’Bannon, Wright ecc…) e anche la saga di Re-Animator di Stuart Gordon, tratta da H.P. Lovecraft. Ho visto di recente “World War Z” e devo dire che mi è piaciuto. Naturalmente anche gli zombi di Fulci li comprendo nella lista dei favoriti.

A: Attualmente The Walking Dead è il fenomeno televisivo che ha avvicinato milioni di persone al genere zombesco. Ne sei un appassionato oppure la pensi come George A. Romero?

B: Sono pienamente d’accordo con Romero, e non per piaggeria o conservatorismo horrorifico. L’opinione del vecchio George, anzi, viene qualche mese dopo che io dissi la stessa cosa tra amici in un pub. È vero, “The Walking Dead” è un cocktail mal riuscito fra una soap opera e delle sequenze di zombi messe lì a caso. È pessimo, troppo incentrato sugli umani e sulle loro per niente interessanti relazioni sociali e amorose. Manca del tutto il messaggio sociale che lo zombi ha sempre comunicato dal ’68 ad oggi. Non si tratta neanche di invidia da parte di Romero per il successo della serie, visto che gli era stato addirittura proposta la regia di alcuni episodi, quindi nessuno lo aveva tagliato fuori e, di conseguenza, nessuna invidia. È solo pessimo, torno a ripetere, il prodotto. Romero tutta la vita.

A: La terra dei morti viventi di George A. Romero è il quarto capitolo che si aggiunge all’ottima trilogia sugli zombi. Sei rimasto soddisfatto di questa pellicola?

B: “Land Of The Dead” è quello che mi è piaciuto di meno. Il plot è intelligente, gli zombi in una luce quasi intelligente sono un’ottima trovata, tuttavia, peggiorata anche dalla presenza nel cast di Asia Argento e di alcuni attori televisivi di basso profilo, la pellicola non ha il mordente delle precedenti.

A: Secondo te Diary of the Dead – Le cronache dei morti viventi e Survival of the Dead – L’isola dei sopravvissuti segnano un Romero in declino?

B: Non proprio un declino, direi più un voler tirare troppo la corda finendo ad ottenere risultati stanchi ma intenzionati ad aggiungere novità alla saga. Nonostante questo la mano registica di Romero è sempre presente e non è da buttar via.

A: Sei il fondatore del marchio sul web Easy Phoney Production. Come è nato questo progetto?

B: Il marchio all’inizio era solo un SMS mandato ad un compagno d’Università per scherzo. È una cosa nata come un gioco di parole facilmente traducibile dal gergo salentino all’inglese. Alcuni lo hanno “risolto” e si sono crepati dalle risate una volta scoperto il significato. Dopo un po’ ho firmato qualunque lavoretto mediatico con la sigla “Easy Phoney”, poi ci ho messo un logo, prima a tre colori (rosso-giallo-verde, tipo bandiera etiope), ho rinominato il tutto “Easy Phoney Production” e dopo un anno e mezzo, però, ho optato per un logo multicolore (come la bandiera della pace) e al centro ci ho messo una stella rossa, simbolo della Repubblica. Perché questo? Perché ho voluto dare al marchio un’impronta a tutto tondo, ossia factory filmica indipendente, factory video low cost ma anche gruppo informale che si occupa di questioni sociali, politiche ed in generale culturali. Qualcuno forse potrebbe storcere il naso circa questa scelta, ma la faccenda ha avuto questa evoluzione perché crediamo che la cultura indipendente debba essere strettamente collegata alla situazione sociopolitica, in modo da osservare la realtà, criticarne le storture e produrre lavori multimediali intelligenti. In questo la satira ci dà manforte. Sul sito internet easyphoneyproduction trovate tutti i nostri deliri di cui sopra. Certo, politica, società e cultura, ma in buona sostanziala nostra è una filosofia cazzona. Senza radical chicchismi, senza boehemien da operetta e senza complottismi facili e involontariamente grotteschi. Nel nostro molto piccolo, sulla pagina Facebook, su Youtube e sul blog, abbiamo fatto molte campagne di opinione, sensibilizzazione ed informazione attraverso brevi video o semplici locandine virtuali postate in giro per Facebook. Ci siamo, ad esempio, occupati dei 4 referendum nel 2010, degli anniversari del 25 Aprile e dell’Olocausto nonché di alcune faccende discutibili riguardo soprattutto Lecce. Articoli che trattano queste ultime, così come eventi tipo le Zombie Walk, sono anche stati diramati per mezzo di comunicati stampa ai giornali, appunto, locali.
Per noi il circondario socio-politico è importante, ma non siamo nè economisti e né politologi arrivati. Tutto questo parte sempre da una base culturale, che poi è l’epicentro della Easy Phoney.

A: Ci vuoi parlare delle tue opere, Howard Hawks Club e Benvenuti a Fuocofauto?

B: In realtà sono tre. L’ultima è “Il Sepolcro-Il Collezionista”, che ha avuto una genesi particolare di cui vi parlerò in seguito. “Howard Hawks Club” è nato dopo una cura senza pietà di film in cui ci sono criminali e si spara e si uccide parecchio. “Man On Fire” di Tony Scott, “Casinò” di Scorsese financo gli horror come “Death Proof” ed altri, sono stati le muse ispiratrici che mi hanno spinto a scrivere il copione del mio film in solo due mesi e mezzo. Per motivi di lavoro e personali miei e di tutto il cast, la produzione è stata molto lenta, abbiamo iniziato a girare nel 2008 e abbiamo finito a luglio 2010. Bisogna dire, però, che il film “Howard Hawks Club” è molto lungo per essere un’opera prima, dura due ore. Di solito si esordisce coi corti, ma io non amo particolarmente quel tipo di film, li trovo limitanti quando c’è da scriverli. Il lungo, al contrario, non ha limiti di tempo e ci scribacchi su quanto ti pare. La storia è un’incasinata vicenda gangster grottescamente pulp e con un pizzico di horror. Per puro citazionismo da cineasti un po’ “acerbi”, la vicenda è narrata in disordine, con piccoli flashback riproposti per incollare meglio il corso degli eventi. La produzione di “Howard Hawks Club” nasce nella biblioteca dell’ateneo di Lecce. Lì ho conosciuto, nell’euforia da cazzeggio pomeridiano, Giorgio Demicheli, col quale parlai con lui del progetto e subito se ne interessò. Lui, insieme ad Edoardo Trevisani, altro amicone coinvolto nell’impresa, si è rivelato davvero un prezioso collaboratore che non smetterò mai di ringraziare. La trama, splatterosa e crudele, non ve la svelo, andatevelo a vedere su YouTube o sul nostro blog succitato, alla pagina “Howard Hawks Club – Film Completo”. Quasi 30 attori, tutti amici che si sono divertiti un casino, e quattro pazzi (io, Edo, Giorgio e l’aiutante occasionale del giorno) che hanno curato tutta la roba tecnica. Non aspettatevi un capolavoro artistico, prendetelo per quello che è, ossia una provocazione volutamente imperfetta simbolo del degrado culturale italiano (e anche simbolo che è costato solo 600 euro hahahah).

Passiamo a “Benvenuti a Fuocofatuo”. Questo zombie-movie un po’ commedia è palesemente realizzato meglio del precedente, a furia di aver a che fare con la cinematografia siamo evidentemente migliorati. La parte tecnica è sempre di noi tre pazzoidi, ossia io, Edo e Giorgio. Come al solito, altra gente ci ha aiutato molto nelle riprese, in particolare Andrea Macrì, amicone di vecchia data. Questo film ha la chicca di essere girato interamente in bianco e nero eccetto che per i flashback, che sono a colori. Nei film di solito è il contrario, come sapete. Questa volta la vicenda non è narrata in disordine, ma è lineare. Al solito, citazioni ovunque prese da John Landis, George Romero, Tarantino e compagnia sanguinando. Il soggetto tratto da un mio stesso e omonimo racconto pubblicato sul sito letterario parolesemplici.wordpress.com (basta entrare nel sito, cercare Fuocofatuo e vi esce la storiella zombosa). Naturalmente ci sono delle differenze fra storia e film, solo che invece di togliere roba, come si fa di solito con le trasposizioni da libro a film, noi nel girare ne abbiamo aggiunta. Anche in questo caso attori e collaboratori sono tutti mici e amiche interessati e divertiti dal progetto, gente che, per quanto ci è stato possibile, è stata ricompensata a dovere dopo le scene più incasinate (happy hour totalmente a spese Easy Phoney durante la prima, lunga scena girata e due bustone di bibite fresche, sempre spesate Easy Phoney, per dissetare tutti dopo una scena girata in campagna in un luglio alle 15 e 30). Noi che odiamo i manierismi, ammettiamo che: il bianconero è stato utilizzato per lo più in base al sangue, dato che utilizzando cioccolato fuso, quindi un alimento, gli attori e i tecnici possono maneggiare una materia più gestibile e soprattutto non tossica. Con questa confessione chiudo il discorso di Fuocofatuo, lo trovate anch’esso su YouTube oppure sul blog alla pagina “Benvenuti a Fuocofatuo – Film completo”. Ringrazio ancora tutti e in special modo due pazzi triggianesi chiamati Khymeras che mi hanno autorizzato, così come nel terzo film, ad utilizzare i loro pezzi dark-elettronici. Grazie anche, sempre parlando di soundtrack, ai Playontape (il cui frontman interpreta un inquietante dj zombie) per averci concesso di inserire “Let Me Feel It”, un pezzo tratto dal loro primo disco.

Ora, veniamo a “Il Sepolcro – Il Collezionista”. Tecnicamente è stato il più apprezzato, eccetto per qualche difetto all’audio, solo che la produzione è stata un po’ travagliata per vari motivi che non sto qui a spiegare. Come i film precedenti, questo è stato totalmente autofinanziato grazie ai gadget EasyPhoney (spillette, adesivi), a fantomatiche tessere che sono servite per comporre una newsletter che informa gli iscritti su iniziative come questa e ai proventi dei film precedenti elargiti in liberissima offerta.
Trama: un commissario incompetente e razzista (io) insieme al suo sergente (Giorgio) non riesce a beccare un serial killer (non ve lo dico chi è, vedetevi il film) che va in giro a provocare incidenti mortali per poi portarsi a casa le targhe sgualcite ed insanguinate dei veicoli coinvolti. Il soggetto, però, come per “Benvenuti a Fuocofatuo” è stato rivisto, corretto e soprattutto arricchito da nuovi elementi rispetto al racconto “Il Collezionista” da cui è tratto. Lo scritto, che tanto per cambiare è mio, è stato pubblicato su un’antologia di racconti pubblicata dall’associazione universitaria “Tha Piaza Don Chisciotte”. Il libro, chiamato “Chi Semina Racconti”, è stato distribuito gratuitamente a Lecce in alcune librerie, in particolare alle Officine Culturali Ergot, che hanno anche ospitato le proiezioni di questo film e del precedente.
“Il Sepolcro-Il Collezionista” ha questo nome perché, in origine, doveva essere una miniserie da due film in cui un teschio parlante presente, appunto, in un sepolcro, racconta episodi giallo-neri ad un incauto cameraman che è nel luogo funerario a fare delle riprese. Purtroppo il secondo episodio, scritto e girato da Edoardo, non è completo per vari motivi logistici e lavorativi del cast, però vedrò di inserirlo, in qualche modo nel quarto film che a breve inizierò a scrivere.
Che dire più? Ah, ecco, “Il Sepolcro – Il Collezionista” presenta divertenti esperimenti fatti con la computer grafica ed alcuni modellini automobilistici, ci siamo troppo divertiti. Anche questa nostra “opera”, che dura solo 57 minuti, la trovate completa su YouTube o sul nostro blog alla pagina “Il Sepolcro – Il Collezionista – Film Completo”. Imperdibile, senza falsa modestia, il demenziale intro dell’intro del film, scritto a sei mani con due amici che poi vedrete nel corso della pellicola.
Ci sarebbe tantissima altra roba da raccontare sui miei tre film, ma non basterebbe un’intervista.

A: Attualmente ti stai dedicando alla stesura del tuo primo romanzo V.R.O.L.O.K. Ci puoi dare qualche indizio?

B: È essenzialmente l’incontro folle e psichedelico tra diverse cose che ho letto e che ho visto. È un romanzo horror-fantascientifico in cui ci trovate “It”, “Fringe”, “Avatar”, “Dexter” “28 Giorni Dopo”, “World War Z”, “Non Aprite Quella Porta”, “Futurama”, “Breaking Bad”, “L’Ombra Dello Scorpione” e tutta la creatività folle possibile. Sulla trama non anticiperò granché, dico solo che è una guerra dimensionale fantapolitica fra due Terre in cui è coinvolta un’infezione, il V.R.O.L.O.K., appunto, veicolata inizialmente tramite un solvente per macchie. La malattia, altamente contagiosa, rende le vittime cannibali e dementi finché il cervello non viene divorato dai microrganismi. Questa malattia, omonima al solvente per macchie, ha una vita parallela, ossia un mostro orrendo dai poteri enormi che si nutre di esseri a sangue caldo e, in contemporanea, va in giro per il mondo a controllare lo stato dell’epidemia. Altro ancora ci sarebbe da dire, visto che ho quasi finito di scriverlo, ma non voglio fare spoiler. Molto spesso il tono è ironico e ci sono parecchi momenti splatter.

A: Che progetti hai per il futuro?

B: Mo vediamo, intanto finisco questo romanzo, poi c’è il quarto film, ancora neanche scritto, ma da fare e poi sto scrivendo a sei mani, con Nico Parente (fondatore dell’associazione No Sun) ed Edoardo, un saggio sugli zombi.

A: Cosa pensi di questa intervista?

B: Mortacci, quante domande! No, scherzo, è un bel numero, ma mi è servito a raccontare il reale, anche se manca un sacco di roba, corso degli eventi riguardo al mio mondo.

A: Vuoi lasciare un messaggio agli “abitanti” di DarkVeins?

B: Visto che ci abitate, uscite ogni tanto da casa, ma frequentate altrettante buone amicizie!

A: Grazie Francesco!

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