Intervista a Federica D’Ascani, scrittrice horror italiana

Intervista a Federica D’Ascani, scrittrice horror italiana

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federicaIntervista alla giovane scrittrice Federica D’Ascani che ci parla del suo percorso letterario, dei suoi romanzi e della sua passione per il genere non tralasciando i progetti futuri.

L: Chi è Federica D’Ascani?

F: Federica D’Ascani è una persona che ancora si definisce ragazza, non essendo cosciente che il tempo scorre anche per lei. Forse perché ha una fanciullezza, al limite adolescenziale, che le fa credere possibile ogni cosa nonostante il disincanto degli anni. È per questo, probabilmente, che crea mondi paralleli nel quale rifugiarsi. Mondi un po’ macabri, a dire il vero, ma i suoi. E ci si trova anche bene!

L: Quando nasce in te la passione per la letteratura? Chi sono i tuoi Maestri?

F: Vorrei tanto dire di essere stata una persona cresciuta a pane e Lovecraft, ma non è così, e tutto sommato non me ne rammarico più di tanto. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove i libri abbondavano e gli stimoli a crescere, in maniera “sana”, si moltiplicavano. La passione per la letteratura di genere è venuta dopo, prima è venuta quella per la conoscenza, per la lettura, per il sogno. I miei maestri sono tutte le persone vissute prima di me con una storia da narrare, vera o fantastica che sia. Ovvio che prediligo determinate letture, ora, e che ricerco sempre autori nuovi, soprattutto di recente, in grado di provarmi che la scrittura può essere ancora materia in grado di stupire e insegnare. Non è semplice, ma esemplari validi se ne trovano. Quindi la mia passione continua e cresce; forse, senza una meta precisa, ma in maniera esponenziale, tendente all’infinito.

L: Perché ti piace l’horror?

F: Non lo so. So quando è nato il nostro rapporto. Ero piccolissima e i miei genitori mi regalarono il mio primo libro “La casa nel buio” della linea Piccoli Brividi (era una collana all’avanguardia, che all’epoca, credo, mietette parecchie vittime tra cui la sottoscritta). Fu amore a prima lettura. Da lì non smisi più di leggere genere horror e per parecchio tempo rifiutai addirittura la lettura di altro, convinta nella purezza del mio amore. Piano piano sono diventata meno grezza, ma rimango dell’opinione che le emozioni suscitate da una lettura horror siano incomparabili. La prima volta che lessi IT di Stephen King lasciai per settimane il libro in una stanza differente da quella in cui dormivo per il terrore del clown ballerino. Non ho mai avuto un rapporto simile con niente altro, quindi so di essere nel giusto a perseguire la mia morbosa ossessione per il buio.

L: Qual è stato il tuo primo racconto horror e a cosa ti sei ispirata per scriverlo?

F: Mi svegliai in preda al panico. Avrò avuto sette/otto anni. Avevo sognato che tantissimi globi gelatinosi cadevano dal cielo, inglobando e risucchiando la vita degli esseri umani e sostituendoli con corpi simili ma profondamente distanti da quello che erano stati in vita. Decisi di scrivere tutto, per nulla cosciente del fatto che vi fosse un film straordinario che narrava delle stesse vicissitudini. Il racconto non ebbe mai un titolo, io ero troppo piccola per arrivare a tanto e comunque non me ne interessava. Poi, a distanza di anni, vidi per la prima volta “L’invasione degli ultracorpi” nella versione che più ammiro e adoro, quella con Sutherland, e mi convinsi che il sogno che feci da piccola fosse un segno a continuare per la mia strada.

L: Quali sono le tue fonti di ispirazione? Come nasce un tuo racconto?

F: Inizialmente traevo spunto dai numerosi incubi che facevo, e che faccio ancora adesso. Ora non è più così. Ora lascio che la fantasia inerente alle mie paure più recondite prendano il sopravvento sulla mano. È rimasto, però, lo studio di tutte le emozioni che percepivo durante i sogni, in modo da rendere più reale la trasposizione su carta degli avvenimenti narrati.

L: Quali sono i lati negativi o macabri della vita che influenzano la tua vena scrittoria?

F: Generalmente scrivo di fatti ispirati dalla mia vita reale. Non prendo molto in esame la società, è troppo vasta la violenza in essa contenuta per poterne scrivere senza creare confusione. Purtroppo, fino a ora, la mia famiglia ha dovuto fare i conti con la morte anche fin troppo. Questo credo sia il lato più negativo e macabro con il quale sono venuta a contatto e che ha segnato il mio modo di intendere la scrittura. Inoltre, si vocifera di antenati alle prese con spiriti non propriamente benevoli. Credo che queste siano leggende più o meno frequenti nella storia di ognuno, ma nel mio animo questo particolare ha accresciuto la voglia di indagare il buio e i suoi aspetti spirituali. Non ho bisogno, quindi, di andare troppo lontano da casa mia per trarre ispirazione…

L: Il tuo racconto “Proiettato verso l’infinito” è un connubio tra horror ed erotismo. Puoi dirci come è nata questa idea?

F: A dire il vero mi sono trovata davanti al computer senza un’idea precisa di cosa scrivere. Il racconto è fuoriuscito da solo. Ultimamente mi capita molto spesso. Senza che me ne renda conto, le parole iniziano a susseguirsi sul foglio bianco, indipendentemente dalla mia volontà. L’ultimo romanzo l’ho scritto in due settimane. Però in questo “Proiettato verso l’infinito” un ruolo fondamentale l’ha giocato la lettura dei “The Tube exposed” della Delos e il mio recente accostamento al mondo dell’erotismo, quasi sconosciuto fino a poco tempo fa. Ho capito di adorare questo genere, che si sposa alla perfezione con l’horror, oltretutto, e non solo con il romance. Il resto lo ha fatto la mia mente non del tutto sana.

L: Hai partecipato al concorso Anticristo di DarkVeins con “Nel sorriso del Signore”. Com’è stata questa esperienza e a cosa ti sei ispirata per il racconto?

F: Innanzitutto sono stata attratta proprio dal tema del concorso. Dire Anticristo davanti a me equivale a dire “Vieni, vieni o fanciulla”. Il mio coinvolgimento è stato inevitabile. Ho voluto creare una storia in cui si evincesse il coinvolgimento del demonio in ogni aspetto della vita terrena, anche nel vaticano, anche tra le persone che dovrebbero pensare al solo bene. Mi sono chiesta cosa potesse accadere se l’Anticristo fosse, in realtà, il capo spirituale di tutte le anime in terra… Beh, la realtà non è molto differente dalla fantasia, purtroppo, quindi non ho dovuto inventare molto. L’esperienza è stata decisamente positiva, comunque, e mi ha permesso, dopo anni di ricerche raminghe e infruttuose, di approdare nel forum di DarkVeins e di rimanerci. Non so quanto questo possa essere positivo per gli avventori del sito, per me lo è.

L: Cosa pensi delle fotografie post mortem e cosa ti ha spinto a scrivere “Quella bimba di fine Ottocento”?

F: Mi viene da ridere, a questa domanda, perché quelle fotografie mi hanno sconvolta, inizialmente. Sono rimasta veramente impressionata, ma credo che molto dipenda dal fatto che sono attualmente incinta. Anzi, sicuramente è così. La morte non mi ha mai impressionata particolarmente e le poche persone che ho visto prive di vita hanno avuto l’effetto di farmi venire i brividi per paura di vederle aprire gli occhi e muoversi, tutto a un tratto, guardandole. Beh, le foto post mortem hanno avuto lo stesso identico impatto, su di me, lasciando che i brividi percorressero la schiena a ondate. Ovvio, però, che la visione dei bimbi mi ha impressionata in maniera molto più profonda. Complice il fatto di avere una casa in legno scricchiolante, ho dato vita alla storia di questa bimba in grado di alterare la realtà, grazie a una foto, sostituendosi a un nascituro e provocandone la morte. Beh, si, sono contorta e inquietante, specialmente per il bimbo che porto in grembo, ma la mia fantasia è questa, non posso proprio farci nulla.

L: Dacon Il delirio del male è il tuo primo romanzo edito da GDS. Puoi parlarci della tua opera?

F: Dacon è stato il primo manoscritto sul quale ho lavorato seriamente. Scritto in sei mesi, di getto, è stato il degno finale di tutti gli studi compiuti durante gli anni del liceo. Non è un mistero, ormai, il fatto che portai, come tesina per gli esami, il progetto “Il patto con il diavolo”, suscitando anche parecchio scalpore tra i miei professori. Ancora sorrido, davanti all’espressione sbigottita della mia professoressa di lettere quando le consegnai il libro fresco di stampa. Ma ero talmente fiera da voler gridare ai quattro venti il mio successo. Perché, per quanto Dacon non sia conosciuto, e per quanto anche io non lo sia, il mio diavolaccio è stato l’incipit della mia scrittura intesa come passione da rincorrere. La prima edizione fu colma di refusi, ma continuo a essere legata in maniera viscerale con la storia a cui ho dato vita per il semplice fatto di averci messo tutta la me stessa adolescente. Ora il mio modo di scrivere è cambiato, e non di poco, ma Dacon rimane la mia bandiera. È un romanzo volto a un pubblico prettamente adolescente, per il linguaggio colloquiale, con il quale faccio parlare anche il diavolo stesso, ma è facilmente fruibile a chiunque. La verità è che adoro i personaggi a cui ho dato vita, lì dentro.

L: Dacon è disponibile anche in versione Ebook. Come procedono le vendite del formato elettronico?

F: Non ne ho la più pallida idea. So solo che su Amazon non è quasi mai uscito dalla top 100, ma è anche vero che le classifiche sono strane e poco veritiere. Magari bastano due copie vendute per far schizzare il proprio romanzo ai vertici. Comunque, a dover essere sincera, delle vendite, a questo Punto, mi importa poco. Quello a cui punto è farmi conoscere come scrittrice dal più alto numero di persone. Potrei anche vendere milioni copie ma avere recensioni pessime in merito al mio romanzo. Pochi ma con buone impressioni, no?

L: Lo stesso romanzo qualche anno fa è stato pubblicato da 0111 Edizioni. Perché questo cambio di editore? Che differenza c’è tra le due versioni del libro?

F: La 0111 pubblicò Dacon al primo colpo, ovviamente senza editing. Non gliene ho mai fatto una colpa, perché scritto a chiare lettere nel contratto e sul loro sito, ma il danno era ben visibile. Quando mi sono accostata al mondo della scrittura, ero totalmente digiuna di regole di editing e di tutto quello che gravita intorno alla stesura di un libro. Nella mia ingenuità credevo fosse importante la storia narrata, non la narrazione stessa. Quando è scaduto il contratto, quindi, forte delle critiche ricevute e dei consigli di gente più ferrata in materia, ho ripreso umilmente il romanzo, rivedendolo completamente. Sostanzialmente la storia è sempre la stessa, ma edita in maniera più corretta. Nel momento in cui ho finito la revisione, ho provato a inviarlo nuovamente, questa volta alla GDS, sapendo che era una delle poche case editrici interessate a pubblicare romanzi già editi. Era un peccato, a mio avviso, lasciare Dacon nel cassetto pieno di refusi. La GDS ci ha creduto e Dacon è tornato alla luce.

L: Scelta saggia. Sempre per la 0111 Edizioni è uscito Astri di paura. Di cosa si tratta?

F: Astri di paura è una raccolta di racconti horror, schegge con le quali ho tentato di svuotare la mente dai brutti pensieri che vi orbitavano. Come dicevo prima, molti dei miei racconti, all’epoca, traevano spunto dagli incubi notturni. Beh, Astri di paura è proprio la prova di tutto ciò. Ora, dal momento che l’antologia non è più disponibile, ho deciso di pubblicare ogni racconto sul mio blog, assieme ad altri inediti. Credo fermamente nel fatto che, se si vuole scrivere, ed essere conosciuti per i propri meriti, si debba mettere da parte la ricerca del denaro e tentare di dimostrare una possibile bravura. Il successo, se si vale, arriverà con il tempo.

L: Racconti e romanzi a parte, sei anche una poetessa. Quanto spazio c’è nelle tue poesie per il tuo versante più oscuro?

F: Molto poco, a dire il vero. La poesia è nata come valvola di sfogo in un periodo buio che ho affrontato nel passato. Per anni è stato un aspetto celato di me stessa, un mondo completamente oscuro anche ai miei familiari. Superati gli anni brutti, però, ho deciso di rendere pubblici i miei pensieri, affinché molti riuscissero a trarre la stessa forza che ho trovato io nel risollevarmi. In effetti, non mi considero molto poetessa, perché non ho studiato in tal senso, ma indubbiamente una persona con molte cose da dire. I versi sono un modo, come un altro, per esprimere i propri sentimenti. Non so se questo significhi essere un poeta o meno.

L: Stai cercando una distribuzione per L’Inferno di Rebecca, il tuo nuovo romanzo. Cosa hai da dirci in merito? Per chi ti piacerebbe vederlo distribuito?

F: L’Inferno di Rebecca è stato il primo romanzo a cui ho dato vita dopo il periodo che mi ha vista ferma e immobile. Un romanzo in cui ho riversato la frustrazione, la violenza, il dubbio esistenziale e tutto ciò di cui può essere preda una persona ferita e attanagliata dal male di vivere. Molte persone credono che la depressione sia un escamotage per fuggire alle proprie responsabilità. Con L’inferno ho voluto provare che non è così. Indagando su ogni forma di violenza, ho testimoniato come ogni cosa possa scatenare una crisi.
Il demonio, come ho tenuto a sottolineare nelle prime righe, non sempre è il male peggiore con il quale è possibile venire in contatto. Negli ultimi tempi la violenza è sempre più presente, nella società, e indubbiamente quella sulle donne è una realtà ancor più visibile. L’inferno di Rebecca non è assolutamente facile e non è assolutamente leggibile per un pubblico facilmente impressionabile. È duro, crudo, e non solo per l’aspetto horror, che, anzi, diventa quasi lo sfondo a una realtà più difficile da digerire. E poi c’è la forte componente erotica che “aggrava” il tutto. Diciamo che vorrei non esser costretta ad autopubblicarmi. Mi basterebbe che qualcuno credesse in questo testo cattivo e squallido come può essere un aguzzino.

L: Chi è il lettore perfetto delle tue opere?

F: Chiunque non abbia preconcetti e falsi moralismi. Io non sono solo scrittrice di genere horror, e le ultime cose che sto scrivendo ne sono la prova, ma non sono di facile lettura. Scrivo di erotismo, senza vergogna, come scrivo di sangue, di violenza e di morte, ma anche, a volte, d’amore. Sono stata additata, recentemente, per aver detto di aver descritto incesti ne “L’Inferno di Rebecca”. Non sono pornografica, come molti vorrebbero sostenere, ma credo che chiudere gli occhi davanti alla realtà sia sbagliato… Sempre se si vuole raggiungere lo scopo di relegare il buio alla fantasia e non più al mondo che viviamo. Ogni giorno si sente parlare di pedofilia, ma leggerne è qualcosa di troppo scomodo.

L: Com’è oggi essere uno scrittore horror in un Paese in cui pochi leggono e ancor meno sono coloro che si interessano all’horror?

F: La gente legge poco, ma l’horror, in Italia, viene considerato ancor meno. Chi legge, ormai, scrive. Ma chi legge? Sempre più di frequente sento persone che, accecate dalla ricerca del proprio ego su internet, reputano più proficuo scrivere di se stessi piuttosto che leggere di atri. Non c’è scambio. Poi, mettiamoci anche che per horror si intende la saga di Twilight solo perché ci sono le parole “vampiro” e “sangue” e il quadro generale è completo. L’horror, inteso nella sua accezione originale, tende a essere soppiantato in favore di ciò che la società del nostro Paese reputa corretto far leggere al popolo. Non disdegno assolutamente i fantasy, purché vengano chiamati con il loro nome.
Per gli scrittori di genere horror non è assolutamente semplice trovare un pertugio nel quale riuscirsi a insinuare. Se, in generale, il mestiere di scrivere è insidioso e ricco di ostacoli, volti a effettuare la scrematura necessaria a far uscire un talento vero, il ruolo di chi narra horror è ancora più difficoltoso. In più è raro trovare gente disposta a leggere orrori, quindi è rarissimo trovare una casa editrice disposta a puntare su tali storie.

L: Per quanto riguarda il cinema di genere, quali sono i sottogeneri che preferisci? Qualche titolo? Il cinema influenza la tua fervida fantasia di scrittrice?

F: Beh, io ho sempre adorato il filone della possessione demoniaca, com’è semplice intuire, primo fra tutti, ovviamente, “L’esorcista”, ma adoro anche tutti i film sui vampiri, sui fantasmi. Oddio, adoro l’horror in generale, tranne lo splatter, che non mi entusiasma particolarmente. Come si può capire bene, non sono ferratissima in materia cinematografica. Ne ho visti tantissimi di film, ma non ricordo né i titoli, né gli attori. Da questo punto di vista sono pessima. Il perché è semplice. Mi attengo a cercare l’emozione, il battito frenetico del cuore, il brivido capace di intorpidire gli arti, tralasciando tutti gli aspetti propri di un film: regista, scenografia, ambientazione ecc. Sono molto più lettrice che cinefila. È una pecca, sicuramente, ma io guardo i film con il chiaro intento di evadere nel mondo che amo, senza stare a pensare ai miei racconti o ai miei scritti generici. Il cinema, come la televisione, sono il mio modo di staccare la spina e godere di terrore, senza pensare a null’altro che alle scene.

L: A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?

F: Per il momento ho finito un romanzo breve storico, che narra di come i disabili venissero trattati nei manicomi, nella fattispecie in quello più grande d’Europa, chiuso solo nel 1999, che si trova nella mia città, Roma. In effetti non ha nulla a che vedere con l’horror, anche se la cattiveria umana, a mio avviso, sia capace di andare ben oltre. A breve, oltretutto, verrà pubblicato un mio racconto erotico per Delos. Non ho progetti ben delineati, l’unico, al momento, è portare a termine la mia gravidanza e vedere il piccolo indemoniato dal vivo. Al resto ci penserò dopo. Magari con l’aiuto del nuovo arrivato!

L: Un’opinione su questa intervista?

F: Partendo dal presupposto che sono ancora incredula davanti alla curiosità che qualcuno potrebbe provare nel sapere qualcosa di me, l’intervista è stata una bomba! Mi è preso un mezzo infarto a vedere tutte le domande a cui rispondere, ma ancor più nel ravvisare la professionalità vostra nell’aver scandagliato il mio mondo. Mi sono divertita, grazie!

L: Un messaggio per gli amici di DarkVeins!

F: Grazie di avermi accolto così calorosamente tra di voi!

L: Grazie a te Federica e tanti auguri per tutto!

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