Intervista al regista Paolo Fazzini

Intervista al regista Paolo Fazzini

DVD horror extreme TetroVideo

paolo-fazziniDarkVeins ha avuto il piacere di intervistare Paolo Fazzini, regista, sceneggiatore e scrittore italiano resosi noto non solo per i suoi documentari sul cinema horror italiano ma anche per il buon Mad in Italy, da poco distribuito in USA sotto Elite Entertainment e per il suo episodio L’uomo della folla per P.O.E. Poetry of Eerie.

L: Ciao Paolo, come ti descriveresti?

P: Dal punto di vista professionale sono un autore televisivo, un documentarista e un regista. Da un punto di vista più personale potrei definirmi un provocatore nato, ma nascosto da uno strato di placide acque.

L: Cosa e chi ti ha trasmesso l’amore per il cinema tanto da decidere di diventare regista?

P: Da piccolissimo amavo già scrivere, abbozzare racconti, mentre l’idea della regia è arrivata un po’ dopo, diciamo in età pre-adolescenziale, intorno ai 13-14 anni, età in cui è arrivata anche la passione per la musica. La regia mi sembrava la naturale disciplina per raccontare delle storie con l’ausilio delle immagini e della musica. Proprio a quell’età, insieme a degli amici, abbiamo iniziato a girare i primi cortometraggi amatoriali, prima in super8, poi in video, sotto il marchio Gore Bros.

L: Sei un noto documentarista. Nel 2002 hai diretto “Le ombre della paura – Il cinema italiano del terrore 1960/1980″ insieme a Marco Cruciani. Puoi dirci qualcosa a riguardo? Di cosa si tratta?

P: Nel 2001 ho avuto l’idea di costruire, filmicamente, una storia del cinema dell’orrore italiano, e così insieme a Marco Cruciani (co-regista di “Le ombre della paura”) abbiamo tentato di riprendere il linguaggio dei documentari degli anni ’60: secondo noi quel poco di informazione sul cinema horror, visibile in tv, era di bassa qualità; i servizi erano di portata limitata, nessuno dava la visione d’insieme del fenomeno, nessuno faceva davvero parlare i protagonisti. Col linguaggio classico del documentario abbiamo cercato di colmare questo vuoto.

L: Nel 2005 hai realizzato il documentario “Hanging Shadows – Perspective on italian horror cinema”, attualmente distribuito da Elite Entertainment in America. Com’è nato questo progetto?

P: Le ombre della paura si concentrava sul ventennio ’60-’80 e naturalmente avevamo pensato di dare un seguito a quel lavoro: un documentario che si occupasse di ciò che era successo dagli anni ’80 in poi. Gli altri collaboratori, però, hanno abbandonato il progetto e le nostre strade si sono divise. Io avevo già iniziato a raccogliere del materiale, interviste, testimonianze, per cui ho deciso di riprendere in mano l’idea e di realizzare comunque un documentario che, seppur indipendente dal capitolo che lo aveva preceduto, raccontasse il cinema horror italiano degli anni ’80, i suoi successi e le sue crisi. E così è nato Hanging Shadows – Perspectives on italian horror cinema. Ma non mi interessava ripetere la formula e lo stile di Le ombre della paura, per cui questo nuovo lavoro non si pone come obiettivo principale il ricostruire storicamente la genesi di generi e film, ma si concentra molto più su alcune tematiche, testimoniando anche ciò che di attivo c’è oggi nel campo della produzione horror indipendente. Devo dire che Hanging shadows continua a riservare sorprese… è stato diffuso precedentemente da una distribuzione di New York e ho saputo che università come Yale e Berkley lo hanno acquistato per inserirlo nei loro programmi di cinema… è poi uscito per l’italiana Beat records, ed ora la Elite ha voluto riproporlo per un mercato strettamente home video. E’ un documentario dalla vita lunghissima, e questo ci fa capire quanto interesse ci sia oltreoceano per il nostro cinema di genere che ora non esiste più.

L: Sempre Elite Entertainment ha distribuito in dvd negli Stati Uniti “Mad in Italy”. Di questo interessantissimo film ti sei occupato anche della sceneggiatura oltre che della regia. Com’è nata l’idea di fondere il genere thriller horror con temi di attualità come la crisi economica? Ti sei ispirato a fatti realmente accaduti?

L: Grazie per l’apprezzamento. “Mad in Italy” nasce dall’urgenza di cogliere il disagio dilagante nell’Italia contemporanea attraverso la finzione del cinema. E’ un prodotto completamente indipendente, realizzato con l’intervento finanziario di alcuni privati, e girato con una troupe ridotta; volevo che fosse volutamente un film grezzo, sporco, minimalista, come erano quelli girati negli anni ’70. Non so neanche se si possa inserire pienamente nel genere horror o thriller, in quanto il risultato finale ha uno stile molto particolare. E’ un film nato più dall’urgenza di farlo che non da razionali riflessioni sul cinema di genere. Ho sempre pensato che lo stile che ho scelto per “Mad in Italy” sia il più adatto per raccontare l’Italia contemporanea. L’Italia di oggi (come quella di ieri) ci offre storie di cronaca e politica che superano di gran lunga qualsiasi fantasia… quindi, quando mi sono trovato in fase di sceneggiatura, mi sono detto che non era necessario fare lo sforzo di inventare intrecci mediocri quando potevo rubare grandi colpi di scena dalle pagine dei quotidiani! Nella sceneggiatura non c’è nulla di inventato, è tutto reale, anche se non posso dire apertamente a quali casi mi sono ispirato. Inoltre c’è da dire che io stesso vivo quotidianamente i problemi del protagonista, così come lo fanno moltissimi miei coetanei, per cui l’impronta del film è nettamente realistica.

L: Nella tua opera follia e orrore corrono di pari passo regalando allo spettatore emozioni intense. Parlaci delle torture che vengono inflitte alla vittima. Secondo te quali sono quelle che hanno impressionato maggiormente?

P: Devo specificare che non è un torture-movie, un genere che non amo, anche se il rapporto tra il carnefice e la vittima è molto stretto. Ciò che forse risulta più disturbante è la violenza psicologica che la donna subisce, oltre che questo malsano legame che il maniaco istituisce con la ragazza. Ci sono anche delle esplosioni di violenza, questo sì, ma rispetto ad altri film del genere, in Mad sono più contenuti, calibrati e funzionali alla storia.

L: Tra le degradazioni subite dalla ragazza hai inserito anche una sfilata “forzata”. A cosa ti sei ispirato per questa idea?

P: Rivedendo a volte quella scena mi sono chiesto spesso come mi fosse venuta in mente un’idea simile… e non sono mai riuscito a darmi una risposta. Ricordo però che era presente fin dalla primissima stesura di sceneggiatura del film.

L: Al momento Mad in Italy non è ancora disponibile in Italia. Quando è prevista la distribuzione nel nostro Paese (se mai ci sarà)?

P: C’è interesse da parte di un paio di distributori italiani ma non so se e quando si deciderà un’uscita italiana. Devo però dire che il dvd curato dalla Elite è di ottima fattura, ricco di extra, vedibile in qualsiasi zona e con audio in italiano con sottotitoli in inglese.

L: Nel 2012 hai preso parte al progetto P.O.E. Poetry of Eerie di Domiziano Cristopharo con L’uomo della Folla. Com’è ricaduta la scelta di questo racconto da parte tua? Perché?

P: “L’uomo della folla”, il racconto da cui ho tratto il mio episodio, è sempre stato il racconto di Poe che maggiormente mi è rimasto impresso; attualizzarlo è stato facile, perché era già molto attuale. Appena deciso di partecipare al progetto ho pensato subito di lavorare su quel racconto, al quale però volevo aggiungere un colpo di scena finale, cosa che ho ideato insieme allo sceneggiatore. E poi a me piace molto girare di notte ed usare molte musiche, e questo era il contesto perfetto per fare entrambe le cose.

L: Come reputi questa esperienza collettiva? C’è la possibilità di vederti nuovamente coinvolto in un horror di gruppo?

P: E’ stata un’ottima esperienza per entrare in contatto con altri registi indipendenti. Una cosa che manca molto in questo ambito è il sostegno tra i colleghi, c’è poco scambio. E’ anche vero però che ora, dopo “P.O.E.”, gli horror italiani ad episodi si stanno moltiplicando, proprio perché è un ottimo espediente per abbattere i costi e confezionare un lungometraggio… spero che la formula continui a proporre cose interessanti e non diventi un mero trucco per accaparrarsi qualche spazio.

L: Tra l’altro sei uno scrittore. Tra le tue pubblicazioni c’è anche “Gli artigiani dell’orrore” (2004) che hai dedicato al cinema di genere italiano. Puoi parlarcene?

P: “Gli artigiani dell’orrore” è stato il primo libro che ho pubblicato, realizzato dopo il mio primo documentario “Le ombre della paura” quindi potrebbe definirsi una sorta di continuazione, con altri mezzi, di quel progetto filmico. Incontrando tutti i personaggi principali dell’horror italiano avevo raccolto molto materiale che mi dispiaceva rimanesse tagliato fuori dal documentario, per cui, ampliando ulteriormente le mie ricerche, ho tentato di confezionarne un volume per avere una visione ancora più ampia e articolata.

L: Il tuo passato dimostra da parte tua una grande attenzione alla storia del cinema horror nostrano. Quali sono i registi di una volta che preferisci? Quali quelli attuali? Come secondo te è cambiato il cinema del terrore italiano in questi decenni? E il suo pubblico?

P: Sono da sempre un appassionato di thriller e noir, anche se poi sono uno spettatore onnivoro. Mi piacciono gli horror, ma anche i film d’autore o le commedie, quando sono ben scritte e recitate. Indubbiamente però il fantastico è una mia vecchia passione da spettatore, che poi mi ha anche spinto a realizzare diversi progetti in quest’ambito. Non sarei riuscito a fare altrettanto riferendomi al western, per esempio, o al poliziesco. Mi piacciono i registi vecchia scuola, quelli incazzati che vogliono raccontare la realtà che li circonda anche utilizzando generi cinematografici apparentemente minori: mi riferisco a Romero, Carpenter, Fulci, ma anche a registi come Elio Petri, Fernando Di Leo, solo per citarne alcuni, ma sarebbero tantissimi. Secondo me il modo di fare paura al cinema non è cambiato molto, le pulsioni, i meccanismi sono i medesimi… è cambiato il panorama tecnologico che ha fatto evolvere la CG, gli effetti speciali, gli strumenti. Mi piacerebbe però che insieme a questa forma estremamente evoluta si accompagnino anche contenuti un pò più pensati e profondi, cosa che raramente riesco a trovare nei prodotti contemporanei. Devo sempre necessariamente cercare dei prodotti indipendenti per trovare qualcosa di trasversale e stimolante.

L: A cosa stai lavorando attualmente? Quali sono i tuoi progetti futuri?

P: Sta per uscire in dvd (per etichetta Goodfellas) il mio ultimo documentario intitolato “Che il mio grido giunga a te”, incentrato sul fenomeno delle messe beat degli anni ’60, e sto scrivendo il mio nuovo lungometraggio, ma è ancora un pò presto per parlarne.

L: Una tua opinione su questa intervista?

P: Tra le più complete e dettagliate che mi siano state fatte.

L: Lascia un messaggio ai lettori di DarkVeins!

P: Ringrazio tutti quelli che hanno avuto la pazienza di arrivare a leggere quest’ultima riga!

L: Grazie a te per la tua disponibilità!

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*

Google Translate »