Intervista al regista Federico Greco

Intervista al regista Federico Greco


federicoFederico Greco è un regista italiano attivo nel mondo del cinema già dalla fine degli anni ’90. La sua filmografia è ricca di titoli molto interessanti e conosciuti che costituiscono una fetta importante del cinema italiano. DarkVeins ha avuto il piacere di intervistarlo facendogli qualche domanda sulle sue opere cinematografiche come Il Mistero di Lovecraft – Road to L., Liver, E.N.D., Nuit Americhèn e anche su Angelika, il revenge movie attualmente in post produzione.

L: Ciao Federico, parlaci un po’ di te. Chi eri prima di diventare un regista? Cosa ti ha spinto ad entrare a far parte del mondo del cinema?

F: La prima cosa che ricordo lucidamente della mia infanzia è la proiezione di un film per bambini all’asilo (L’isola sul tetto del mondo), la voglia di vederlo e rivederlo e il dramma perché a casa non avevamo un proiettore Super8. Pochi mesi dopo mi fu regalato un piccolo proiettore giocattolo a manovella, che usavo tutte le notti fino a tardi, nel buio della mia stanza, proiettando sul soffitto brevi film western e comiche in bianco e nero. Il rumore meccanico del proiettore, la visione a comando di immagini in movimento proiettate, il controllo su di esse e il possesso apparente (come più tardi è avvenuto con i libri), sono sempre stati un’attrazione quasi sessuale, irrinunciabile. Deduco che sia questo il motivo che mi ha spinto in seguito a tentare il mestiere di realizzatore di quel tipo di immagini. Non ricordo di aver mai voluto fare altro.

L: Parlaci brevemente del tuo primo lavoro che ha segnato il tuo esordio in campo cinematografico.

F: In realtà il primo lavoro di una certa risonanza, che poi mi ha aperto diverse porte, è un prodotto televisivo ma che col cinema ha molto a che fare: Stanley and Us, il documentario su Stanley Kubrick che ho realizzato insieme a Mauro Di Flaviano e Stefano Landini quando avevo 27 anni. Probabilmente stavo cercando di elaborare, inconsapevolmente, un’ossessione per il regista del Bronx che era nata quando, appena adolescente, avevo visto “2001” e “Arancia meccanica”. Trasmesso da Raisat Cinema grazie alla lungimiranza di Enzo Sallustro e poi venduto in tutto il mondo (e diventato anche un libro), la realizzazione di Stanley and Us è stata una vera e propria epopea: cinque anni di lavoro a cavallo della morte di Kubrick e dell’uscita di “Eyes Wide Shut”, in un periodo in cui le tecnologie non erano accessibili – ed economiche – come oggi. La risposta di pubblico e critica fu esaltante per noi.

L: Il Mistero di Lovecraft – Road to L. (Vincitore del Méliès d’Argento al Fantafestival) è un film documentario che ha goduto tra l’altro di una distribuzione al cinema in Italia. Com’è nato questo progetto? Cosa ne pensi della letteratura di Lovecraft?

F: Più propriamente è un mockumentary, cioè un falso documentario: l’aspetto è quello di un documentario ma è stato scritto, realizzato e montato come un vero e proprio film, con sceneggiatura e attori (che interpretano se stessi ma recitano a tutti gli effetti). Tutto nacque quando ho conosciuto Roberto Leggio, un appassionato di Lovecraft come me. Facemmo ricerche per due anni, per un anno cercammo qualcuno che volesse produrci e quando nel 2003 ne trovammo uno che comprese in pieno quel progetto bizzarro ma innovativo, Pier Giorgio Bellocchio, iniziammo la preproduzione. Insieme al canale Studio Universal si decise di realizzare contestualmente un breve documentario, più classico, ma sempre un fake: analizzava il presunto viaggio di Lovecraft in Italia basandosi su un manoscritto che sembrava appartenere allo scrittore di Providence e che avrebbe scritto nel 1926. Sia il film che il documentario raggiunsero lo scopo che ci eravamo prefissi: oltre a essere molto apprezzati da pubblico e critica, soprattutto furono percepiti come degli horror, nonostante non lo fossero tecnicamente. La maggior parte delle reazioni degli spettatori sottolineava l’angoscia e la profonda paura che scaturiva dalle vicende messe in scena.
La letteratura di Lovecraft è incredibilmente interessante perché pur lavorando sulla descrizione minuziosa degli orrori che i suoi personaggi sono costretti ad affrontare, i mostri sono in realtà proiezioni delle zone più oscure della nostra mente. Per questo scegliemmo il mockumentary e per questo credo che invece la maggior parte dei film tratti dallo scrittore di Providence non abbiano funzionato: perché quei mostri li mettevano in scena. E questo ne sgonfia tutto l’orrore potenziale. Nel mio film non se ne vede neppure uno eppure l’angoscia e la suspanse sono altissime.
Purtroppo Il mistero di Lovecraft, che è uscito con Rarovideo e 01 Distribution e la Paramount in Spagna, ha avuto in sala una vita brevissima. Ma tutto questo succedeva prima che il mockumentary fosse scoperto e sdoganato da Hollywood e diventasse un genere mainstream con REC e Cloverfield.

L: Nel 2007 hai diretto Liver. Trattasi di un lavoro citazionista scritto e interpretato da Ottaviano Blitch. Com’é nata la vostra collaborazione? Puoi parlarci di questo tuo lavoro?

F: Ottaviano mi chiamò per dirigere un progetto capace di potenziare le sue abilità interpretative, che sono notevoli. Ci eravamo conosciuti sul set di un altro lavoro, Il capomastro. Dirigerlo è stato facile ed entusiasmante, ma soprattutto è stato molto divertente seguire gomito a gomito la postproduzione, costruendo le atmosfere malate e perverse di un serial killer inglese che ha l’abitudine di mangiare il fegato delle sue vittime. Su quel set ho conosciuto un’altra attrice straordinaria, Natasha Czertok, con la quale sto cercando di lavorare sul progetto di un lungometraggio. Anche Liver ebbe un notevole successo di stampa e pubblico, e ha vinto diversi festival.

L: Nelle tue opere cinematografiche dimostri di saper affrontare e trattare svariati temi. In E.N.D. ad esempio viene affiancata la figura del tanatoesteta a quella dello zombi, inoltre il modo in cui avviene il contagio è davvero molto interessante. Cosa puoi dirci di questo cortometraggio (che tra l’altro è l’episodio pilota di una serie TV sugli zombi) che hai diretto insieme ai tuoi due allievi Luca Alessandro e Allegra Bernardoni? A quando i prossimi episodi?

F: E.N.D., che nasce come il progetto finale del mio corso di regia e scrittura al Cineteatro – un’accademia di Roma molto attiva e seria – è stato realizzato con pochi soldi e mezzi, considerata la durata di 26’. Ma con una straordinaria partecipazione di tutti i reparti (non tutti professionisti) e l’impegno di Antonio Canella, il direttore dell’Accademia, che si è prestato eccezionalmente come protagonista. Io lavoro molto con gli attori, ritengo siano l’elemento più importante dell’intera filiera cinematografica insieme a una buona sceneggiatura. E ciò ha sempre pagato, visto che anche E.N.D. è stato molto ben accolto. Ma E.N.D. è riuscito soprattutto grazie all’impegno dei due miei allievi di quell’anno, umili, professionali, seri. Raro trovarne così. Stiamo ancora vagliando diverse proposte sul futuro della serie o del lungometraggio, e ultimamente si è aperta una nuova ipotesi interessante, quella di fare di E.N.D. un episodio di un lungometraggio sugli zombi in tre episodi.

L: Molto interessante Federico. Tienici informati! Nel 2013 dirigi Nuit Americhèn, un altro corto horror dalla sottile vena ironica di cui ti sei occupato della sceneggiatura insieme a Igor Maltagliati. Ti sei ispirato a qualcosa in particolare per la realizzazione di questo corto? Perché proprio GianMarco Tognazzi nel cast?

F: L’ispirazione di Nuit Americhèn deriva dalle mie esperienze personali come regista e dall’osservazione del lavoro di alcuni miei colleghi. Ma soprattutto vuole essere una narrazione sarcastica della crisi culturale italiana, vista dal punto di vista del cinema horror underground. Tognazzi mi è sempre sembrato l’unico attore possibile in grado di dare al personaggio di Paolo, il regista incapace che vuole fare film horror derivativi, senza budget e in lingua americana, la giusta chiave ironica. Ma soprattutto è uno straordinario attore, attento, capace di ascoltare, proporre e divertirsi. Lo stesso vale per Regina Orioli con cui mi sono trovato in perfetta sintonia e con la quale abbiamo deciso di affrontare la sfida di un personaggio difficile, che cammina sul sottile confine tra realtà e finzione, con degli exploit atletici notevoli che pochissime attrici italiane avrebbero avuto il coraggio di affrontare.

L: Attualmente sei impegnato a dirigere il thriller noir Angelika con Crisula Stafida. Puoi svelarci qualcosa a tal proposito? Come procede il film?

F: Abbiamo appena terminato le riprese e siamo in post produzione. Esattamente si tratta di un “revenge movie” che racconta la genesi di un’eroina vendicativa alle prese con un’organizzazione illegale dedita a un terribile “commercio”. Ho lavorato con una squadra eccezionale e con attori sorprendenti (Andrea Davì, Willy Stella, G-Max e la piccola ma bravissima Valeria Barsi). Crisula, che ho conosciuto al Noir In Festival di Courmayeur in occasione del convegno sul cinema horror italiano (occasione in cui le è stato assegnato un premio come attrice emergente), si è rivelata perfettamente aderente al personaggio. Lavorare con lei mi ha regalato diversi momenti emozionanti, perché nonostante si tratti di una storia di genere, il suo personaggio è complesso e psicologicamente delicato, intriso di sensi di colpa e rabbia. Angelika è il primo lavoro che non ho scritto io, era diverso tempo che aspettavo un’occasione del genere.

L: La tua opera di cui vai più fiero? Se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa ai tuoi film?

F: Il film di cui vado più fiero è Il mistero di Lovecraft, semplicemente perché è stata la sfida più difficile e sofferta che abbia mai affrontato – più del lunghissimo lavoro su Kubrick. Ma anche perché è con questo lavoro che ho capito di essere in grado di gestire la complessità di una narrazione di lungometraggio. Il mistero di Lovecraft all’epoca era un progetto sperimentale perché tentava di generare paura con strumenti completamente nuovi (a parte i precedenti illustri di “The Blairwitch Project” e “Cannibal Holocaust”): niente sangue, niente violenza, niente mostri, niente (o quasi) effetti di make-up, CGI o di sound design tipici del cinema horror mainstream di oggi. Ma con la minuziosa costruzione di un’atmosfera grazie alle ambientazioni, la recitazione e gli effetti realistici e la costruzione di una “mitologia” orrorifica. Un po’ come i primi film di Pupi Avati. Se potessi tornare indietro lavorerei ancora di più con gli attori e approfondirei ancora meglio i personaggi in fase di scrittura. Ma il risultato è stato molto soddisfacente. Inoltre è con questo film che ho cominciato a costruire la mia squadra di lavoro, con la quale ormai lavoro sistematicamente.

L: Quali sono i pro e i contro del tuo lavoro?

F: Spesso non è un lavoro ma un privilegio: quello di avere l’opportunità di far divertire un pubblico più o meno vasto narrando ciò che più mi preme o ciò su cui maggiormente desidero indagare. D’altro canto il cinema è una macchina molto complessa, ci sono molti filtri tra l’idea di partenza e il prodotto finale. Le risorse economiche, soprattutto di questi tempi, sono il filtro più ostile. Tecnica e linguaggio mi sono molto familiari e sento di saperli gestire senza problemi, più difficile è la questione della comunicazione tra i reparti tecnici e quelli artistici.

L: Chi sono secondo te i grandi maestri del cinema italiano e non?

F: Non sono in grado di stabilire chi sia oggettivamente il più grande. In modo del tutto soggettivo ritengo, tra gli italiani, eccezionali registi Leone, Fellini, Petri, Monicelli, Magni. E infine Emidio Greco, poco conosciuto ma forse il più rigoroso ed elegante fra tutti, tra i pochi a saper fare cinema politico e non cinema banalmente di politica. Tra i non italiani amo Lynch, Van Dormael, Kubrick, Lumet, Carpenter, Landis.

L: Progetti per il futuro?

F: Diversi. E diverse proposte. Al momento sto vagliando l’ipotesi di un secondo lungometraggio e sto seguendo la carriera internazionale di Nuit Americhèn che qui in italia ha ricevuto un’accoglienza a dir poco lusinghiera.

L: Cosa pensi di questa intervista?

F: Migliore di molte altre, senza dubbio.

L: Lascia un messaggio ai lettori di questa intervista!

F: Il cinema di genere è uno straordinario grimaldello per raccontare le ombre della realtà da un’angolazione accattivante. Per questo non dovrebbe mai dimenticare che alla base di un buon film dovrebbero esserci tre cose, come diceva Hitchcock: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura. Oltre che ottimi attori. Effetti speciali visivi e sonori, movimenti di macchina gratuiti ed eccessiva attenzione al dato tecnologico sono importanti ma dovrebbero essere solo accessori.

L: Ti ringrazio per le risposte esaustive e per il tempo che ci hai dedicato!

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