Intervista allo scrittore Paolo Prevedoni

Intervista allo scrittore Paolo Prevedoni


Intervista a Paolo Prevedoni, lo scrittore di Una storia dell’orrore italiana, romanzo che segna il suo esordio. Composto da ben 592 pagine, questo romanzo è già disponibile in formato cartaceo ed e-book grazie a Bibliotheka Edizioni (2017).
Una storia dell’orrore italiana travolge e trasporta il lettore in un contesto orrorifico in cui si scorgono omaggi letterari e cinematografici a dimostrazione della grande passione che lo scrittore ha per il genere horror. Descrizioni esemplari e ben dettagliate, quasi scolpite, rendono reale qualsiasi contesto e location di fantasia (Miraniente, Casteldelmoro), così come ogni personaggio sembra prendere vita nell’oscuro mondo creato dalla mente di Prevedoni.
Una storia dell’orrore italiana è un ottimo esempio di racconto ben strutturato in cui si fa notare uno stile ritmato e molto ironico che contrasta ma ben si accompagna ad uno scenario decadente e sinistro. Ed ecco che tra le pagine di questo straordinario romanzo respirano, palpitano rimandi a capolavori del cinema horror (Nightmare, L’uccello dalle piume di cristallo, Paura nella città dei morti viventi, Il Signore del Male, La Chiesa, Un lupo mannaro americano a Londra, The Fog) ma anche quelli alla letteratura di genere (Stephen King, Tiziano Sclavi).
Una villa stregata è il fulcro della vicenda in cui temi come paranormale, maledizioni, omicidi, incidenti e sofferenza prendono forma. In questa tetra ambientazione dominata dal male, Francesco Romero, uno scrittore a corto di ispirazione, dovrà scrivere una storia horror (su Villa Parise situata a Miraniente) su commissione di Massimo Ceriana, il quale gli fornirà egli stesso una documentazione speciale.
Consigliatissimo.

paolo-prevedoniB.T.: Ciao Paolo, parlaci un po’ di te.
P.P.: Sarò breve, non è una storia interessante. Ho 37 anni e vivo in una noiosissima cittadina in provincia di Alessandria. Sono un tossico cinematografico, adoro il rock e la letteratura. Fumo Chesterfield e non mangio carne.
Ah… sono un grande fan di DarkVeins!

B.T.: Com’è nata la tua passione per la letteratura? Cosa ti ha spinto poi nel tempo a scrivere?
P.P.: Non ho memoria di un periodo della mia vita senza libri. Ricordo che quando frequentavo le elementari uno dei compiti delle vacanze estive era quello di leggere un libro scelto da una lista compilata dalla maestra. Di solito io ne facevo fuori cinque o sei, di libri, ma evitavo accuratamente quelli della lista. Leggevo King, Matheson, Grisham e Crichton, insomma tutta quella roba che andrebbe prescritta ad ogni bambino per concedergli un’infanzia felice. Credo che l’impulso di scrivere sia nato dalla voglia di imitazione che spinge i ragazzini a copiare i propri idoli. I miei erano quei disgraziati lì.

B.T.: Parlaci del tuo romanzo d’esordio Una storia dell’orrore italiana. Perché hai scelto il genere horror e chi è il lettore a cui lo consiglieresti?
P.P.: Direi che è l’horror che ha scelto me. I film di Argento, di Carpenter e di Romero hanno segnato la mia vita. Credo di aver visto Zombi almeno cento volte. Adoro la paura. Una storia dell’orrore italiana è la summa di tutto quello che ho imparato da quei grandi maestri, autori dei capolavori inarrivabili che hanno dato dignità al genere horror. Consiglierei il mio romanzo a chiunque ami le storie, non solo dell’orrore. Quello è solo un ingrediente necessario. L’orrore c’è, esiste, è intorno a noi.

B.T.: Sei considerato uno degli autori esordienti più promettenti. Com’è convivere con una tale responsabilità?
P.P.: Addirittura! Le aspettative mi mettono a disagio. Questo è solo l’inizio: io voglio diventare il più grande scrittore horror d’Italia.

B.T.: Una storia dell’orrore italiana trasmette la tua passione per la letteratura e per il cinema horror. A parte le varie citazioni a grandi registi (Lucio Fulci, George A. Romero), film horror (“Nightmare”, “L’uccello dalle piume di cristallo”), scrittori (Stephen King, Tiziano Sclavi), leggendo il tuo romanzo è impossibile non pensare a “Paura nella città dei morti viventi”, “Il Signore del Male”, “La Chiesa”, “Un lupo mannaro americano a Londra” e a “The Fog”.
È stata solo suggestione oppure l’atmosfera che ricorda i film sopracitati è stata voluta?
P.P.: Era l’obiettivo, e averlo anche solo sfiorato per me è già un traguardo. Ho visto quei film un’infinità di volte. Faccio un esempio: se ti piacciono i Nirvana e decidi di suonare la chitarra, è difficile che ti venga naturale comporre canzoni latino americane. Ti ripeto, quelli sono i miei idoli. La mia più grande ambizione artistica è avvicinarmi a ciò che sono riusciti a creare loro.

B.T.: Una storia dell’orrore italiana è un racconto di oltre 500 pagine. Quanto tempo hai impiegato per completarlo?
P.P.: Due anni, dedicandoci praticamente ogni minuto del mio tempo libero. Dopo la prima stesura il romanzo era lungo più di seicento pagine.

B.T.: Il romanzo racconta di Miraniente, un paese della provincia padana avvolto dalla nebbia, di una villa maledetta e di fantasmi, morte, follia, sofferenza e di un “uomo nero”. La tua storia abbraccia l’horror a 360° e prosegue verso un finale da brivido senza mai risultare confusa. Vista la complessità dell’argomento, i numerosi personaggi e avvenimenti descritti, hai mai avuto momenti di difficoltà durante la stesura del racconto?
P.P.: Certo. Ma scrivere un romanzo non è una cosa facile. Va messo in conto fin dal principio: fare un bel lavoro richiede tempo, dedizione, sacrificio e una quantità industriale di birra e sigarette. Fa parte del pacchetto.

B.T.: Miraniente e Casteldelmoro sono dei luoghi fittizi. A cosa ti sei ispirato per renderli dei posti quasi reali? E cosa puoi dirci della terribile Villa Bianca? Perché la scelta di una casa maledetta come fulcro della storia? È una scelta dettata dal tuo amore per il cinema horror? Si sa che nella cinematografia di genere la casa è una delle location più sfruttate…
P.P.: Il folclore fa parte della provincia, e la provincia fa parte della mia vita. Ho cercato di raccontare quello che vedo ogni giorno, versandoci sopra un po’ di nero. C’è una casa abbandonata poco distante da casa mia, e le storie che si raccontano su quel posto non hanno nulla da invidiare alla villa bianca del mio romanzo. I mostri esistono, e sono dentro quei racconti. Sono nella nostra mente, e quindi sono reali.

B.T.: Hai creato dei personaggi perfetti, profondamente caratterizzati.
Come definiresti Francesco Romero, il protagonista del tuo romanzo? Quanto c’è di te in quel personaggio?
P.P.: Francesco è una testa di cazzo a cui piace bere troppo, giocare d’azzardo e che ha paura della sua ombra, quindi direi che sono io al cento per cento. Scherzi a parte, dopo due anni passati con lui, è diventato una parte di me. Per ogni cosa che gli chiedevo di fare, lui si prendeva un pezzo del mio carattere in cambio.

B.T.: Nel tuo romanzo ho ritrovato un mio incubo (a proposito dell'”omelia”). Ero quasi incredula ma ne sono rimasta colpita e affascinata. Ti è mai capitato di attingere al tuo oscuro mondo onirico per i tuoi lavori?
P.P.: Lo faccio sempre. I sogni sono un supermercato di idee gratis. E io ho la fortuna di fare un sacco di incubi.

B.T.: Quali sono le tue influenze letterarie e cinematografiche?
P.P.: Se alla voce genere c’è scritto horror, allora mi ha influenzato. Dal capolavoro impressionista al filmaccio di serie Z. Al di fuori di questo adoro Quentin Tarantino (è possibile non adorarlo?), soprattutto per il suo formidabile talento nel mescolare i generi senza porsi limiti. Il mio regista preferito rimane comunque George Romero. Se una persona non apprezza La notte dei morti viventi, non deve parlare di cinema.
Per quanto riguarda i libri invece leggo tutto. Prediligo il genere horror, ma impazzisco per chi scrive bene. Dopo King, il mio autore preferito è Truman Capote (c’è qualcuno più bravo a scrivere di lui?). Infine Dylan Dog. Gli albi degli anni ottanta li conosco a memoria, e mi hanno influenzato probabilmente più di ogni altra cosa in quello che scrivo. Tiziano Sclavi è un genio assoluto.

B.T.: Quali sono i tuoi progetti futuri? Vuoi parlarci del tuo prossimo lavoro?
P.P.: Un grande progetto, che sta prendendo corpo in questi mesi, è la traduzione di Una storia dell’orrore italiana in inglese. Voglio portare la provincia italiana in America, come facevano i grandi maestri di genere negli anni settanta. È un’idea ambiziosa, e quindi mi piace.
Il mio secondo romanzo invece uscirà il 31 ottobre: Halloween, che coincidenza. Il titolo è Le streghe ed è, naturalmente, un racconto horror. Inoltre sto già lavorando a un terzo romanzo. Horror. Un po’ monotematico, eh? Ma è quello che amo, è quello che voglio fare ed è quello che faccio.
Scrivere storie di paura.

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