Le Porte del Silenzio | Recensione film

Le Porte del Silenzio | Recensione film

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porteMelvin Devereux (John Savage) è uno sprezzante uomo in carriera, privo di scrupoli e orientato alla sola affermazione professionale.
Mentre, al cimitero, visita la tomba del padre, Melvin si imbatte in un funerale e viene affiancato da una ragazza (Sandi Schultz) che afferma di conoscerlo…
Quando l’uomo si mette in viaggio, per un importante impegno lavorativo, alcuni inquietanti incidenti funestano il suo percorso: una strada chiusa per dissestamento, un ponte barcollante, una pozza infangata. Tutti gli imprevisti, una volta superati, vedono Melvin imbattersi in un carro funebre che gli sbarra la strada. Ogni tentativo fatto dall’uomo per superarlo è inutile, l’autista infatti gli occlude volontariamente il sorpasso.
Frattanto, una nuova comparsa della misteriosa donna incontrata all’inizio, induce Melvin, rimasto a piedi per un guasto al carburatore, da un meccanico…
Intanto, in più occasioni, il furgone mortuario fa la sua comparsa di fronte agli occhi di Melvin che, in una strana circostanza, ha opportunità di leggere su una corona di fiori deposta all’interno il nome della propria moglie e del figlio…
Da questo momento in poi l’uomo, in parte sotto effetto dell’alcool, è ossessionato e impaurito: tenta (sempre vanamente) di raggiungere il carro funebre, incuriosito dal fatto che dentro alla cassa tutti gli elementi inducono a pensare possa trovarsi… Melvin Devereux….
Intanto, l’orologio, marca sempre la stessa ora: le 19,30…
Probabilmente il film più personale (l’unico con soggetto e sceneggiatura a firma di Fulci) e sentito dell’autore, Le porte del silenzio si configura come opera di notevole profondità narrativa.
Una delle migliori regie di Fulci, certamente quanto di meglio il cineasta ha realizzato nel suo ultimo periodo.
Significativo, il fatto che sia l’ultimo lavoro, realizzato in condizioni di salute precaria.
Non una goccia di sangue per un film certamente non classificabile come horror puro, quanto, piuttosto, un dramma con molteplici “chiavi di lettura”.
Grandissima la caratterizzazione di John Savage, nei panni di uno sperduto e credibile uomo in carriera caduto nel vortice dell’alcolismo e del mistero. Dalle dichiarazioni di Fulci (apparse sul libro L’occhio del testimone, di Michele Romagnoli) l’attore -forse in questo sta l’immedesimazione quasi impressionante nel ruolo- era veramente alcolizzato…
Un film nero, pessimista, venato da un fondo di malinconia che accompagna lo spettatore sin dalle prime immagini e che lo guida, senza soluzione di continuità, in un percorso lungo la strada “ignota” della vita e della morte. In un tardo pomeriggio, segnato da un cielo plumbeo e da strade piene di ostacoli, si svolge l’ultimo atto dell’esistenza per un uomo qualunque: nessuno può sfuggire alle leggi della natura e quando l’esistenza giunge al “crepuscolo”, quando l’ora fatale scocca inesorabile non ci si può sottrarre…
Qualche lieve somiglianza (forse tutt’altro che casuale), con il film del ciclo Lucio Fulci presenta Non avere paura di zia Marta (diretto da Mario Bianchi), per l’impostazione temporale della storia: il film procede temporalmente a ritroso e la fine coincide -cronologicamente- con l’inizio…
La storia della distribuzione della pellicola ha dell’incredibile: quando Fulci realizza un film “maturo”, raffinato e significativo (probabilmente anche la critica più ostica lo avrebbe osannato), paradossalmente, rimane destinato all’oblio.
Passato più di dieci anni fa su uno dei primi canali digitali a pagamento, ad oggi l’opera migliore di Fulci rimane inedita, non avendo goduto nemmeno della distribuzione in sala.
E il rammarico aumenta, pensando a cosa Fulci ci avrebbe potuto abituare se, anche in passato, gli fosse stato concesso di lavorare in totale libertà e con attori di tale rilievo, come John Savage.
Unico film dell’autore fatto siglare, per il mercato estero, sotto pseudonimo come H. Simon Kittay.

Recensione a cura di Undying1

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