Zeder | Recensione film

Zeder | Recensione film

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zeder1956 – Chartres (Francia): un gruppo di ricercatori francesi, indagando su strani esperimenti condotti agli inizi del 1900 da tale Paul Zeder, personaggio in odore di satanismo, ha scoperto strane proprietà di alcuni terreni denominati in gergo “zone K”.
In Italia, don Luigi Costa, un prete apostata deceduto, era letteralmente ossessionato dalle capacità di questi terreni, in teoria in grado di resuscitare i morti…
1983 – Bologna: il giovane scrittore Stefano, riceve in regalo una vecchia macchina da scrivere.
L’oggetto, acquistato dalla fidanzata Alessandra, ad un asta, era appartenuto a Costa.
Stefano rinviene strane frasi impresse nelle bobine dei nastri d’inchiostro e si ritrova, così, coinvolto in un mistero apparentemente senza soluzione.
Ossessionato da fatti e circostanze sempre più circoscritte e probanti, Stefano si reca nei pressi di una struttura abbandonata, una ex-colonia nei pressi di Rimini.
E’ proprio là dentro che alcuni studiosi stanno tentando di rianimare i morti: ed una delle prime cavie è proprio don Luigi Costa…

Eccellente incursione artistica di Avati nei campi dell’horror (che già in precedenza aveva realizzato il simile La Casa dalle Finestre che Ridono), Zeder venne presentato con grande successo al Myfest di Cattolica nel 1983.
E si capisce, dopo la visione, il motivo del successo (di pubblico e di critica) che il film ha raccolto in tutto il Mondo.
Nei credit, come accadrà anche per Macabro di Lamberto Bava, viene incredibilmente attribuito il soggetto anche a Maurizio Costanzo.
Da anni è in corso una diatriba sul fatto che anche Pet Sematary presenta molti punti in comuni al film di Avati: il romanzo scritto da Stephen King (e portato sugli schermi nel 1987 da Mary Lambert) è datato ufficialmente 1984 mentre Zeder risale all’anno precedente. Non è chiaro quindi se, e quanto, la similitudine tra le due opere possa essere ascrivibile al caso.
Essenziale ed efficace, la colonna sonora riveste un certo rilievo nella riuscita complessiva del film.
Il terrore, per Pupi Avati, non è mai esplicito; non è dato da un corpo sventrato o da una gola squarciata: al contrario, quello che risulta più pauroso (e terrificante) è piuttosto il sorriso ingenuo (ma malvagio e alieno, non più “umano”), gli occhi penetranti e l’agghiacciante sorriso di Luigi Costa, quando si rialza dalla tomba e fissa, con uno sguardo mai prima e mai più così malvagio, le telecamere di controllo…

Recensione a cura di Undying1

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