The Taking of Deborah Logan | Recensione film

The Taking of Deborah Logan | Recensione film

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taking-posterThe Taking of Deborah Logan (USA – 2014) è un film horror in stile found footage che segna l’esordio alla regia di Adam Robitel, noto più che altro per la sua carriera da attore che lo ha coinvolto anche nel cast di 2001 Maniacs e 2001 Maniacs: Field of Screams di Tim Sullivan dove ha interpretato il personaggio Lester. Lo stesso regista ha curato la sceneggiatura del suo film insieme a Gavin Heffernan.

The Taking of Deborah Logan appartiene al filone sulla possessione, sottogenere stra-abusato negli ultimi anni di cui il cinema ha offerto solo inutili titoli. Non è il caso del film di Robitel che dona al sottogenere nuova vita, proponendo un’opera cinematografica nella cui storia la protagonista è una donna di mezza età affetta dal morbo di Alzheimer. Un personaggio molto particolare dunque, caratterizzato dai sintomi della demenza ma anche della possessione.

Mia Medina (Michelle Ang) è una ragazza che sta preparando una tesi sul morbo di Alzheimer. La giovane trova il soggetto perfetto da analizzare per portare a termine il suo studio sulla patologia. Si tratta di Deborah Logan (Jill Larson), un’anziana donna affetta dal morbo e che vive insieme alla figlia Sarah (Anne Ramsay). Con il permesso delle due donne, Mia si trasferisce insieme ai suoi due aiutanti nella loro casa, dove la troupe filmerà costantemente Deborah nella sua quotidianità. Col passare del tempo però tutti si accorgono che la donna manifesta nuovi sintomi assolutamente non ricollegabili al morbo di Alzheimer.

La storia di The Taking of Deborah Logan si concentra subito sulla situazione drammatica della famiglia Logan, distrutta psicologicamente dalla malattia. La devastante consapevolezza di chi è affetto da una demenza degenerativa che conduce lentamente a uno stato vegetativo e quindi poi alla morte, va di pari passo con la crescente disintegrazione morale dell’individuo che assiste impotente all’evoluzione della malattia della persona amata. Una nota di drammaticità avvolge dunque l’intero film che ben affronta i vari stadi del morbo di Alzheimer che avanzano senza pietà.

E’ da segnalare l’ottima interpretazione di Jill Larson che ben impersonifica una donna affetta dalla demenza senile. Le sue strane azioni quotidiane, la sua perdita di memoria, gli sbalzi di umore, l’aggressività e l’irritabilità sono aspetti previsti di un quadro clinico che nel film di Adam Robitel non mancano e vengono affrontati con sensibilità. La bravura del regista non risiede solo nel portare avanti una storia incentrata su un tema scottante e che terrorizza già di per sè ma nel mischiare al morbo la possessione trasformando così The Taking of Deborah Logan in un film straordinario, pieno di sofferenza e di orrore.

Quando i sintomi della malattia iniziano pian piano a confondersi con quelli della possessione, il film sfiora vette indicibili di autentico terrore in grado di regalare brividi al pubblico. La trasformazione espressiva della protagonista, il suo sguardo smarrito e poi improvvisamente fulminante, il suo sparlare sotto voce, sono sintomi della malattia ma anche i segnali di qualcosa che la possiede.

Una fotografia (a cura di Andrew Huebscher) gelida e pungente avvolge i momenti cruciali contribuendo a renderli ricchi di suspense. Sono infatti proprio le sequenze in cui la protagonista resta in silenzio a fissare il vuoto o un oggetto, da sola, seduta o in piedi davanti a una finestra, che incutono un senso di inquietudine in chi la osserva. Il viso ceruleo, reso quasi spettrale, risplende tra colori smorti e glaciali mentre le sue urla strozzate e i suoi lamenti (mentre è vittima di scatti incontrollati di ira) squarciano il cuore di chi le sta intorno.
Come un serpente, l’orrore si insinua strisciando nella storia e avvelendando le vite dei protagonisti. Freddo e viscido, il Male ha scelto come bersaglio Deborah, piegandola alla sua volontà. Pedina dei suoi desideri, burattino malato e indifeso fra le sue mani, la conduce in una sfera di incubo trascinando insieme a lei anche tutti coloro che le sono intorno.

Le tensioni fra i protagonisti sfiorano vette altissime quando la situazione diventa ingestibile. Nella seconda parte del film e soprattutto in quella finale infatti, il ritmo serrato non lascia spazio a un attimo di tregua né ai protagonisti né allo spettatore, complici anche le scene girate al buio con le tipiche riprese del found footage in cui non vi è altro ausilio luminoso oltre alla luce della videocamera. Ad ampliare lo stato di forte agitazione di cui è intriso l’intero film sono le azioni dei personaggi volte a tutelare Deborah e che diventano sempre più disperate. Le loro reazioni di panico davanti a situazioni estreme si tramutano infatti in qualcosa di molto angosciante e i loro respiri affannosi traducono molto bene questo stato di forte agitazione.

Diretto egregiamente da Adam Robitel, The Taking of Deborah Logan è un film teso, frenetico, caotico e anche claustrofobico, nel finale. La pellicola gode di una storia ricca, originale e che non conosce tempi morti. Intriso di drammaticità, disperazione e orrore, è uno dei migliori film sulla possessione ma anche di found footage. Inquietante e indimenticabile.

Buona la prova recitativa in cui spicca quella di Jill Larson (Shutter Island), davvero straordinaria nel ruolo di Deborah Logan. Colpisce anche Anne Ramsay (Critters 4) che interpreta la figlia Sarah. Oltre alle due attrici il cast è composto da Michelle Ang, Anne Bedian, Ryan Cutrona (The Collection), Brett Gentile, Jeremy DeCarlos, Lee Spencer, Julianne Taylor e Tonya Bludsworth. La musica è a cura di Haim Mazar e Logan Mader.
Il riuscito SFX Makeup è di Gage Hubbard.

Della produzione del film si sono occupati il noto regista Bryan Singer (Trick’r Treat, X-Men saga, Il cacciatore di giganti, L’allievo) e Jeff Rice (Il cacciatore di donne, Empire State, Broken City, “My Son, My Son, What Have Ye Done”).

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