Intervista a Dardano Sacchetti

Intervista a Dardano Sacchetti

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dardanoRiporto le prime interessanti riflessioni dello sceneggiatore, sulla sua passione, su come è nata e perchè lo ha condotto a percorrere le strade del “brivido”….

D: Anzitutto, se lo desideri, parlaci di te e della tua passione relativa al cinema….

Sacchetti:
“l’ho ereditata dai miei. Andavano al cinema due, tre volte a settimana e mi portavano con loro perchè a quei tempi non c’erano baby-sitter. Ho memoria storica di un film visto a tre anni, era il GRANDE COLTELLO con un Jack Palance terrificante. Sono sempre andato al cinema e dai sette otto anni andavo da solo. Abitavo in un punto strategico di Roma, via Cola di Rienzo, per cui avevo nel giro di duecento metri tre cinema: Eden, Smeraldo e Cola di Rienzo. Poco più in là c’era il Palestrina, proprietà della famiglia Stivaletti (effettista e regista di M.D.C. e I tre volti della paura – n.d.a.)come avrei scoperto da grande, e ancora più in là c’era un “pidocchietto” ovvero un cinema dei preti, In questo cinema un giorno, avevo dieci anni circa, sono rimasto dalle due del pomeriggio fino a mezzanotte rivedendo quattro volte di seguito “Assalto alla terra” il film dei formiconi giganti, film che è rimasto nel mio dna. E’ un film dove i generi si mescolano: all’inizio sembra un giallo, poi si trasforma via via in fantascienza, catastrofismo ecc. Anch’io, dopo, ho miscelato i generi (Zombi 2 è un esempio).
Comunque quel pomeriggio è successo qualcosa. Ho preso l’abitudine a vedere i film due tre volte di seguito, volevo capirli, possederli, ma soprattutto mi piaceva perdermi in quelle storie che vivevo come mondi paralleli, mi lasciavo trasportare dalle immagini in una zona dove s’accendeva la mia fantasia perchè, nel buio della sala, la mia fantasia cominciava ad interagire con le immagini, con i personaggi, con la storia, con il film. Ricordo che, tornando a casa, mi rivedevo il film nella mente, me lo riproiettavo, lo destrutturalizzavo e lo ricostruivo. Ho visto Fino all’ultimo respiro di Godard 31 volte, Vivre sa vie 33. Ho visto Morgan matto da legare almeno 15 volte e solo alla fine mi sono accorto che era un film in bianco e nero, l’ho sempre visto a colori, ma forse oltre al normale pacchetto di marlboro mi ero fumato qualcos’altro. Ho amato il cinema visceralmente e ingenuamente per anni senza mai pensare di fare del cinema. Per me sedermi in una sala e vedere lo schermo illuminarsi era come partire non solo per un sogno ma per una opzione di vita più reale e più divertente”.

D.: Quali sono le circostanze che ti hanno avvicinato al mondo del cinema e come hai affrontato la tua prima “sceneggiatura”?

Sacchetti:
“conoscevo della gente che cercava di fare cinema. Erano amici. Si andava a cinema, poi si mangiava la pizza e si parlava per ore a volte per tutta la notte. In questo modo mi sono accorto che ero una specie di memoria vivente. conoscevo quasi tutti i film usciti, li avevo visto almeno tre o quattro volte, ricordavo i cast, le trame, i risvolti, i dettagli avvantaggiato da un poderosa memoria visiva (il mio cervello ragiona per immagini) e da una capacità di cogliere i dettagli, anche i più insignificanti. I miei amici mi usavano per avere informazioni e a me piaceva che un mio hobby potesse essere utile, poi un giorno Luigi Collo (Cozzi? n.d.a), un ragazzo di Torino con il quale avevo molto legato in epoca ’68 all’università, mi portò con lui a conoscere Dario Argento che stava finendo di montare L’uccello dalle piume di cristallo. Era l’autunno del 69 circa. Luigi voleva fare cinema. Dario gli chiese di scrivere un soggetto. Luigi non ci riusciva. Mi chiese di dargli una mano. Scrivere mi è sempre piaciuto, ho fatto degli ottimi studi e letto tantissimi libri, possiedo attualmente una biblioteca di 14000 volumi, ma soprattutto avevo una madre accanita lettrice di gialli, per cui ho letto sin da piccolo tutto ciò che è stato pubblicato in Italia in tema di giallo. In dieci minuti scrissi il soggetto del Gatto a nove code. Erano sette otto paginette. A Dario piacquero, le trasformò in 45 pagine di trattamento, ricevette l’okay da Lombardo (il produttore, n.d.a.) e il mio primo soggetto divenne un film. Poi ci fu una incomprensione con Dario e una lite tra lui e me, una delle tante, ma abbiamo sempre fatto pace. La lite finì sui giornali e fui chiamato da un produttore, Zaccariello, che doveva fare un film con Mario Bava. Scrissi così il mio secondo soggetto e la mia prima sceneggiatura con molta difficoltà. Era Reazione a catena, noto anche cone l’Antefatto o la Baia di sangue. Film epocale, che vinse un premio a Sitges in Spagna, fu proiettato per sette anni di seguito in un cineclub di Los Angeles, fu copiato da Sean Cunningham che si ispirò per la serie venerdì 13 (particolari sequenze addirittura analoghe si possono riscontrare anche nel 2° capitolo diretto da Steve Miner: L’assassino ti siede accanto ’81 – n.d.a.). Dopo mi chiamò Dino De Laurentiis e mi offrì un contratto in esclusiva per tre anni, ma lui partì per gli Stati Uniti ed io per andare a fare il militare, lanciere assaltatore prima e guastatore dopo. mentre ero sotto le armi ho revisionato senza firmarli due film: Quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer e Sette orchidee macchiate di rosso, in più, sempre senza firmare, collaborai con Luigi Montefiori (più noto con lo pseudonimo di George Eastman, e celebre mostro antropofago nel film di Joe D’Amato Antropophagus – n.d.a.)al westerm Amico stammi lontano almeno un palmo, poi venne Squadra volante. Così ho cominciato”.

D: Come sei approdato a scrivere soggetti e film horror?

Sacchetti:
“come tutti, ho un lato oscuro. A me piace guardarci dentro, rovistarci, ma in più avevo una nonna. Mia nonna, rimasta vedova giovanissima, per ben tre volte di notte, con la complicità del sughetto (il becchino) ha dissotterrato il marito. L’ultima volta, la quarta, c’ero anch’io. Il vecchio cimitero era stato sconquassato da un terremoto e abbiamo passato una mattita a rovistare fra decine e decine di vecchie casse marcite fino a quando nonna non ha riconosciuto un calzino ricamato da lei con dentro tutto ciò che restava di nonno:poche ossa del piede destro. In più, in casa c’era una stanza con una presenza, dove non entrava più nessuno da oltre 40 anni e spesso chi ci dormiva faceva strani sogni, ecc… A quattordici anni ho amato Poe e Lovecraft, andavo a vedere i films horror (Dracula, Bava, Freda ecc…) in più non ho paura, contrariamente a Dario, Lamberto e Mario Bava che sono persone che hanno paura, io non ho paura quindi mi piace mettermi a rischio, affrontare situazioni estreme, borderline. E’ stato un caso che abbia fatto cinema, che Luigi mi abbia portato a casa di Dario, che la lite con lui mi abbia fatto conoscere Mario Bava. Ma quando ho conosciuto Mario Bava mi è sembrato di aver finalmente trovato un fratello maggiore che mi insegnasse a muovermi nel mio lato oscuro. Lui usava moltissimo l’arma dell’ironia, che ho anch’io ma non è il mio grimaldello preferito per penetrare nei bui mondi del mistero, preferisco Propp ma da quel momento ho capito che l’horror era casa mia. Peccato che non abbia più incontrato un regista come Mario. L’unico con un passo diverso e in presa diretta con la paura, che viveva nel reale.
L’horror poi, oltre che come favola nera, a me piace molto usarlo come metafora per leggere la realtà, i comportamenti umani, provocare il perbenismo del sistema, rifiutare la buona educazione morettiana (uno che non capisce la poesia di Henry pioggia di sangue non merita di far parte del cinema) e dare calci, perchè chi fa horror tira calci a tutto e tutti. E’ alternativo, ma in modo onirico che poi è il migliore dei modi per affrontare gli alieni che ci circondano”.

Grazie alla cortesia di Dardano, che si è aperto in questo primo intervento, rivelando particolari curiosi e degni di essere approfonditi, come il suo contributo apportato al film di Carmineo (Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer) o a quello di Lenzi (7 orchidee macchiate di rosso) che merita sicuramente di essere approfondito e sviscerato…

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