La poesia oscura di Tristan Corbière

La poesia oscura di Tristan Corbière

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tristanSONNO ! – Grigio Lupo-Mannaro! Sonno nero di fumo!
SONNO! Lupo di velluto, di merletto profumato!
Bacio della sconosciuta, e bacio dell’Amata!

SONNO! Ladro notturno! Folle-brezza estasiata!
Profumo che sale al cielo da tombe profumate!
Carrozza di Cenerentola che raccatta le Donnacce!
Osceno confessore di devote nate-morte!

Tu che vieni, come un cane, a leccare la vecchia piaga
Del martire che la morte strattona sulla grata!
O sorriso forzato della crisi soffocata!
SONNO! Brezza alisea! Fiato d’aurora!

[…]

SONNO! – Camaleonte torchiato di stelle!
Vascello-Fantasma che erra solitario a gonfie vele!
Donna da appuntamento, che si avvolge in un velo!
SONNO! Triste ragno, stendi su di me la tua tela!

[…]”

(da Litanie du Sommeil – Litania del Sonno)

“An Ankou”, spettro della morte, veniva chiamato dagli abitanti di Roscoff il giovane Edouard Joachim Corbière. Magro, sfigurato dai reumatismi, un’aria sperduta da dandy maledetto, stivali e cappello calato sul volto dominato da un lungo naso aquilino: così si presentava vagando per la costa bretone. Re della poesia e buffone, eccentrico, barocco, eccessivo, ribelle, anarchico. Tutto questo e molto altro ancora fu questo poeta bretone, uno dei più importanti e originali di tutto l’Ottocento.
La lista delle sue ribellioni e comportamenti eccentrici si snoda a dismisura: dallo sfilare con una catena da forzato alle caviglie per le strade di quella Roscoff nella quale soleva trascorrere i mesi estivi, al dormire su amache invece che in letti, al tenere un rospo inchiodato a disseccare sul caminetto della propria dimora.
Dandy plebeo, punk aristocratico, re della contraddizione e dello sberleffo. Incoerenza che si dipana lungo il corso della sua burrascosa esistenza, improntata su di una sfida ai propri genitori, dai quali tuttavia dipende economicamente per pagare i vizi, i viaggi in Italia e i soggiorni parigini.
Si definisce pittore (e affreschi pittorici sono le sue poesie) e a Montmartre frequenta artisti del pennello snobbando i poeti. Si vagheggia marinaio, pur non possedendone la tempra e il fisico. Sogna di superare il padre, autore di un romanzo dalle tinte marinaresche – Le Négrier – incensato dalla critica, ma verso di lui palesa tutto il proprio masochismo, mostrandogli i propri insuccessi scolastici, animato da una pulsione autodistruttiva che lo permea in ogni rapporto (a partire da quello con la madre per arrivare al triangolo amoroso che imbastì con Arminda-Josephine Cucchiani, prosperosa e volgare attrice di origini italiana e il suo amante, il conte Rodolphe de Battine, che guardava divertito gli approcci amorosi non corrisposti del giovane Corbière) e che scorre lungo tutte le sue liriche.

Tanto stiamo parlando della vita di questo artista, perché mai come in questo caso vita e poesia si intrecciano.
Sceglie lo pseudonimo di Tristan, famoso amante d’Isotta.
Les Amours Jaunes – Gli Amori Gialli – esce nel 1873, interamente finanziata dal padre. E’ questa l’unica opera poetica data alla luce da Corbière. Ed è anche un’immensa confessione autobiografica, colma di significati e anticipazioni nelle scelte stilistiche, un lunghissimo viaggio attraverso la vita… e la morte.
L’intrecciarsi di temi, le numerose sfaccettature e piani attraverso cui può essere analizzata rischiano di stordire.
Amori “gialli” perché il giallo è un colore malato, come malandata è l’esistenza perennemente richiamata dalla tomba; ma giallo è anche un colore amaro, il colore del tradimento, dell’irraggiungibile donna-tormento Marcella, figura che permea l’intera raccolta.

L’ironia e le facezie accompagnano l’autodistruzione dell’uomo e della società, l’incancrenirsi dei rapporti e dei valori, e a poco a poco il colore muta.
Il giullare che recita e parodizza, che smantella ogni schema poetico o ordine sociale precostituito, finisce per stendere un velo funebre sul proprio viso e sul mondo. Il sorriso diviene una maschera fissa che si allarga sempre di più.
Emblematiche in questo percorso le liriche che aprono e chiudono la raccolta, due parodie de Il Poeta e la Cicala di La Fontane; nella differenza dei toni si evince il percorso di Corbière e dell’intera raccolta: la prima versione goliardica, la seconda disillusa.

Il poeta dopo avere cantato,
Smontato,
Vide la sua Musa, praticamente sbronza,
Rotolare verso il basso dalla sua nube
Di cartone, sui brandelli
Di carta e stracci.
Andò a incollare il suo viso
Sulle vetrate della vicina,
Per presentare le sue scuse
D’aver fatto – Oh non di proposito! –
Quel abominio mostruoso di libro!…

– Ma: eravate dunque molto ebbro?
– Ebbro di voi!… che c’è di male?
– Scrittore pubblico banale!
Che poteva così ben dirlo…
E, non scriverlo così bene!
– Ci ho pensato, riavendomi…
Non si è mai perfetti, Marcella.
– Oh! – è tutto, come, dice lei,
Decantava, ora!

(La Cigale e le Poète – La Cicala e il Poeta, versione che chiude la raccolta)

Fondamentale importanza riveste lo stile adoperato da Corbiére: la sua ribellione (e non poteva che essere così) si rivolge anche contro la poesia e le istituzioni poetiche dominanti, gli sterili dogmi accademici che tanto danneggiano l’universo poetico.
Anticipando tutte le (pseudo)avanguardie novecentesche, si chiamino futurismo o dadaismo, rifacendosi in parte agli insegnamenti di Mallarmé, insiste su un uso atipico della punteggiatura e dei simboli grafici, per spezzare il testo, per renderlo sincopato, antilirico.
E’ questo il suo affronto e contemporaneamente il suo atto d’amore verso la poesia: renderla anti-musicale (opponendo in questo modo un netto distacco rispetto alla poetica mallarmeana e simbolista). Innamorato dei canti popolari e delle storie sconce da marinai, riveste la poesia di toni plebei, da canzone di bassa lega, adoperando uno stile colloquiale, fondendo neologismi con termini marinareschi e dialettali, sottolineando e privilegiando l’aspetto orale a quello scritto.
Lui, che marinaio non era e non sarebbe mai potuto essere, trova attraverso la parola un riscatto, la realizzazione di un ideale, la propria arma con cui combattere il mondo.
Lui, eterno precursore, nato in una villa seicentesca, muore di artrosi e tisi il primo Marzo 1875 a Morlaix all’età di trent’anni, prima di coloro che l’hanno messo alla luce.
Lui, precursore, comincia a trovare il riconoscimento pubblico dieci anni dopo la sua morte grazie a Verlaine, prima sulla rivista Lutèce e poi grazie all’inclusione nella celeberrima antologia sui poeti maledetti.

Ho visto il sole duro contro i ciuffi
Duellare. – Ho visto due lame brillare,
Due lame che facevano buffe parate
Merli rivestiti di nero che le guardavano brillare.

Un signore in camicia si rimboccava la manica;
Bianco, mi sembrava una grossa camelia;
Un altro fiore rosa era sul ramo,
Rosa come… e poi un fioretto s’inclinò.

– Vedo rosso… Ah si! è giusto: ci si squarta –
… una camelia bianca – là – come la sua gola…
Una camelia gialla, – qui – tutta macerata…

Amore deceduto, caduto sul mio occhiello.
– A me, piaga dischiusa e fiore primaverile!
Camelia vivente, di sangue screziata!

(Duel aux Camélias – Duello delle Camelie)

 

Speciale a cura di Ian

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